La speranza e la “casa del popolo” a Mosca

- Giovanna Parravicini

GIOVANNA PARRAVICINI ricorda i dieci anni del Centro culturale “Biblioteca dello Spirito” di Mosca, voluto da padre Romano Scalfi e don Luigi Giussani

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Immagine di archivio

«Se pensiamo alle notizie che ci vengono dal Donbass e a tanti altri fatti di inimicizia, ostilità, conflitti e dissidi, se si constata la carica di aggressività destata da queste notizie nella gente, non c’è da stupirsi che la speranza principale oggi per me, come per tanti, sia la pace. Certo, questa speranza non è riposta solo nel vostro Centro, ma mi sembra che questo sia appunto uno dei luoghi in cui la pace può consolidarsi e crescere… Noi, infatti, siamo inclini a far dipendere la pace dalla giustizia: stabiliamo la verità, puniamo i colpevoli, e allora si ristabilirà la pace. Ma ci sarà sempre qualcuno offeso che vuol ristabilire la giustizia a partire dalla propria concezione di verità, e non si vedrà mai una fine. Non che io sia contro la giustizia, ma Dio non è giusto – è misericordioso… Accogliere la pace di Cristo, la pace di Colui che si è umiliato fino alla morte, e alla morte in croce, è difficile. Ci sopraffanno turbamento e paura: com’è possibile perdonare offese e ingiustizie, lacrime e sangue? Com’è possibile nel mondo serio, reale, fatto di necessità economiche, politiche, sociali, comportarsi da bambini, per non dire da stupidi? In questo caso ci spazzeranno via, ci calpesteranno, distruggeranno quanto abbiamo di più caro e sacro, non è forse così?.. Ebbene, la pace di Cristo è proprio quello che cercate di proporre voi, con la vostra attenzione e amicizia nei confronti dell’altro, per quanto diverso sia, con la vostra fede fiduciosa in Cristo vivente» (Marina Michajlova, San Pietroburgo).

È una delle tante lettere che stiamo ricevendo in questi giorni, in occasione dei dieci anni del Centro culturale «Biblioteca dello Spirito» di Mosca, voluto da padre Scalfi e don Giussani per «ricompensare i nostri fratelli dell’Est di quello che la loro esperienza ha dato a noi, culturalmente e come esempio di vita: la testimonianza cioè di una tenace fedeltà alla tradizione e di un’ammirevole capacità di resistere per tanti anni all’attacco sistematico dell’ateismo» (intervista a don Giussani, 1992, in uscita sul N. 6, 2014 de «La Nuova Europa»). Abbiamo aperto i battenti il 16 novembre 2004, in un momento non facile per le relazioni fra Chiesa ortodossa e cattolica, e ci troviamo ora a celebrare il decennale in un momento ancor più difficile, probabilmente uno dei più bui degli ultimi anni, in cui la guerra e il clima di diffidenza e aggressività si assommano nelle ultime settimane all’avanzare di una grave crisi economica, il cui indice primo è il crollo del rublo. 

Quante volte, in questi anni di lavoro, ci siamo detti: siamo realisti, riconosciamo la nostra pochezza, la nostra inadeguatezza a fronte dell’immenso bisogno, della drammatica domanda di significato esistente in questo paese… Tra le pareti del Centro si sono svolti complessivamente circa 1500 eventi (dibattiti, presentazioni di libri, film, mostre, concerti) che hanno coinvolto poco più di 70 mila persone, abbiamo distribuito due milioni e mezzo di libri: cifre grosse ma anche piccole, pensando a quanti sono gli abitanti della Russia… 

Eppure no, non è questo il realismo, il bilancio così non quadra: a suggerircelo sono state le risposte ricevute in questi giorni, che ci hanno stupito per l’intersecarsi di storie, di coincidenze, per la ricchezza di doni che abbiamo elargito quasi senza accorgercene, ben oltre la coscienza che noi stessi abbiamo della nostra impresa. Com’è accaduto?

All’epoca, il mensile «Tracce» aveva dedicato all’apertura della «Biblioteca» una copertina con la facciata del Centro e la scritta «La casa del popolo». Un titolo alla Peppone e don Camillo, che al momento ci aveva fatto un po’ sorridere, ma ora è emerso come il motivo dominante nella percezione che tanti amici, in Russia e non solo, hanno della nostra presenza: un focolare, una «casa» – questa è forse la parola più ricorrente nelle decine di lettere di auguri ricevute – dove ritrovare la speranza. Ma noi abbiamo potuto offrirla solo perché in questa casa – in questo carisma – ci abitiamo, e i primi a esserne nutriti e riscaldati in tutti questi anni siamo stati noi. La gente ha colto che c’è un livello di esperienza che oltrepassa dialettiche, progetti culturali, idee: «Non che discussioni e polemiche restino fuori dell’uscio, accanto agli appendiabiti: ma si ha sempre la sensazione che sia tu che il tuo avversario possiate essere accolti con tutte le vostre contraddizioni», ci ha scritto Elena Žosul, una giornalista che non la pensa su tutto come noi. E un altro amico, Andrej Desnickij: «È l’esperienza del Regno che sta già avvenendo qui e ora. E spero molto che questa comunione continui e, se ci sarà dato, passi anche nell’Eternità». Qualche giorno fa papa Francesco ci ha esortato a «preservare la freschezza del carisma»: e questo – ce ne siamo accorti – diventa possibile restando «aperti alle soprese di Dio». Ad esempio, alla sorpresa di quanto ci ha scritto un sacerdote ortodosso di Rjazan’, Konstantin Kamyšanov: «Siete dei veri missionari… perché mi avete fatto capire che la missione è innanzitutto la missione di Dio». È la sorpresa e la gratitudine, per dirla con Péguy, che «Dio ha riposto la Sua speranza, la Sua povera speranza in ciascuno di noi, nel più misero peccatore. E noi non riporremo la nostra speranza in Lui?».

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