La verità sull’Europa

- Fernando De Haro

Nel suo discorso al Parlamento europeo, Francesco ha richiamato l’immagine della Scuola di Atene, il celebre affresco di Raffaello. Il commento di FERNANDO DE HARO alle parole del Papa

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Raffaello, Scuola di Atene (1509-11; particolare) (Immagine dal web)

Aveva 25 anni quando gli è stato commissionato il lavoro. E Raffaello ha saputo dimostrare che Giulio II non si era sbagliato. Il Papa amante dell’arte aveva fatto bene a chiedere all’artista di decorare i suoi appartamenti. Nella Scuola di Atene, uno degli affreschi delle stanze, Platone indica il cielo e Aristotele la terra. Dialogano, circondati dai migliori pensatori classici, in un tempio romano che ha come sfondo un cielo azzurro di affascinante profondità. Il pittore fa mostra dell’arte della prospettiva sviluppata nel Quattrocento: personaggi e oggetti sono situati nella giusta proporzione in uno spazio ordinato sotto tre archi che si prolunga verso l’infinito.

Francesco, 500 anni dopo il lavoro commissionato da Giulio II, ha proposto l’affresco di Raffaello come una sorta di “Costituzione pittorica” per l’Unione europea. Lo ha fatto nel suo discorso al Parlamento europeo: “Mi pare un’immagine che ben descrive l’Europa e la sua storia, fatta del continuo incontro tra cielo e terra”, ha detto. Ingenuità? Semplicismo? Il Papa, tra gli applausi dei parlamentari, ha denunciato la situazione attuale con parole molto chiare: “I grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici”.

Non v’è dubbio, come dice Habermas, che nel difficile cammino verso il Trattato di Lisbona (2007) le energie favorevoli all’Europa sono state dilapidate. Ciò in gran parte per colpa non solo dell’insuccesso ma anche del contenuto del Trattato costituzionale del 2004. Dopodiché è arrivata la crisi e in cima all’agenda sono apparse le questioni bancaria, monetaria e del debito.

Senza un governo economico si è parlato poco di Politica e ancor meno di quello che sta sotto la politica: l’identità dell’Ue. I progetti di cittadinanza comune sono stati bloccati dalla debolezza delle istituzioni e dalla difficoltà di precisare cos’è proprio dell’Europa. Siamo in questo modo giunti in quella che alcuni chiamano la post-truth democracy (una democrazia in cui non vige la verità), dove la politica dipende esclusivamente dallo stato d’animo dell’opinione pubblica.

Francesco non si è limitato a indicare i mali del momento, ma ha anche ricordato cosa brilla nel cielo di Raffaello: “Al centro di questo ambizioso progetto politico [dei Padri fondatori dell’Unione europea] vi era la fiducia nell’uomo, non tanto in quanto cittadino, né in quanto soggetto economico, ma nell’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente”. Ciò che è proprio del Vecchio continente è la dignità della persona, che guarda al di là di se stessa.

La dignità e la trascendenza erano all’origine dell’Europa, ma non sempre sono state formulate chiaramente come riferimenti giuridici. Si è dovuto attendere fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani, che all’articolo 22 sancisce una relazione diretta tra questi diritti e la dignità umana. Ci sono voluti duecento anni di storia costituzionale, gli orrori del nazismo e del comunismo per rendere esplicito questo legame.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la ricostruzione dell’Europa è stata compiuta recuperando il valore politico della dignità di cui ha parlato il Papa, attraverso un tacito accordo sul non discuterne i fondamenti. Negli anni ‘40-50 l’ethos europeo è vivo, si condivide una morale comune: l’evidenza del valore della persona sopravvive. Le radici non hanno un terreno solido in cui stabilirsi, ma in questi momenti il frutto di tanti secoli ancora non è distrutto. Molti non si accorgono che stanno vivendo la fine di un’epoca.

Ora il frutto è caduto dall’albero, è marcito e ha un pessimo sapore. La cosa interessante è che il Papa lo fa notare non con un intervento “dall’esterno”, da un punto di vista che minaccia la laicità: Francesco descrive dall’interno l’esperienza europea degli ultimi decenni. Parla, di fatto, della malattia della solitudine per mostrare a cos’ha portato il fatto che le radici hanno solamente un passato.

C’è una parte della modernità europea che ha vincolato la dignità, e i diritti che ne derivano, all’autonomia. Questa sensibilità è stata esacerbata: “Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – sono tentato di dire individualistici -, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico”. È da qui che nascono conflitti e violenze.

Qual è dunque la risposta a questa situazione? Francesco non ricorre a una morale condivisa com’è stato atto nel dopoguerra. La “dignità trascendente” di cui parla sta nell’antropologia, nell’esperienza: “Ogni essere umano è legato a un contesto sociale […]. Parlare della dignità trascendente dell’uomo, significa dunque fare appello alla sua natura, alla sua innata capacità di distinguere il bene dal male, a quella ‘bussola’ inscritta nei nostri cuori e che Dio ha impresso nell’universo creato; soprattutto significa guardare all’uomo non come a un assoluto, ma come a un essere relazionale”. L’Europa è relazione.

Tutti siamo protagonisti nella Scuola di Atene, cerchiamo la prospettiva giusta sotto un cielo aperto.

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