Corruzione, di chi è la colpa?

La corruzione è avvertita sempre più come un problema dai cittadini spagnoli, e non solo. Non bisogna però farsi trascinare, spiega FERNANDO DE HARO, dal manicheismo

09.12.2014 - Fernando De Haro
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Gli spagnoli si mettono le mani nei capelli, sorpresi e preoccupati dalla corruzione. È una delle conclusioni più forti a cui arriva il Barometro CIS (il sondaggio ufficiale sull’opinione pubblica più affidabile) di fine novembre. L’allarme è scattato dato che il 63,8% dei cittadini ritiene le frodi il principale problema del Paese, mentre la disoccupazione è segnalata dal 77% degli intervistati. Si tratta di un record storico, che spiega, in parte, l’ascesa dei populismi.

Senza dubbio nel sistema c’è qualcosa che non va. I partiti politici, come le casse di risparmio, si sono separate dalla vita sociale e in questo contesto è stato facile far nascere ruberie e uso improprio del denaro pubblico (cosa che si vede anche in Italia, dov’è scoppiato lo scandalo su Roma). Per questo appare ora forte la tentazione del manicheismo, per cui la colpa ricade sugli altri.

Il sociologo Victor Pérez Díaz ha scritto qualche giorno fa un articolo su El Mundo in cui ricorda che “siamo noi che stiamo scegliendo i nostri politici da 40 anni. E siamo quindi responsabili di quello che hanno fatto”. Dobbiamo quindi lamentarci meno e riconoscere che non possiamo fare le vittime o trasformarci in vendicatori furiosi. Bisogna “evitare la follia di non accettare la nostra parte di responsabilità per quanto accaduto”. Tale responsabilità è stata dare per buona la versione settaria di alcuni partiti politici che hanno sempre dato la colpa agli avversari.

Il manicheismo, che, va ricordato, è un’eresia cristiana, ha sempre avuto il suo fascino. Il male, la corruzione in questo caso, non è una conseguenza della libertà, ma una parte inevitabile della realtà. Affermare che tutte le cose sono buone, come dice la Genesi, ha conseguenze politiche molto importanti: ci vuole la responsabilità. Qualcuno dirà che ciò è molto faticoso, ma per comprendere l’ideologia che alimenta gli attuali populismi conviene riconoscere la loro radice marxista: si giustifica il negativo come condizione per l’avanzare storico, senza fare i conti con la libertà.

Il vecchio manicheismo si estende visto che gli spagnoli sono poco propensi a impegnarsi nella vita pubblica. In Spagna si vota, ma il Paese è fanalino di coda (insieme al Portogallo) nelle statistiche sulla partecipazione politica. Quando ci sono raccolte firme, risponde solamente il 28,6% della popolazione, contro l’87,4% degli svedesi o il 79,4% dei britannici. Lo stesso accade per il volontariato, l’impegno in organizzazioni senza scopo di lucro o la disponibilità a sostenerle economicamente: solamente il 17% della popolazione spagnola dedica tempo ad azioni di volontariato e il 46% afferma di non sentirsi per niente motivato a farlo.

Questo fenomeno può essere spiegato con ragioni storiche. La società civile ha cominciato a svilupparsi in Spagna e Portogallo dalla fine delle due dittature, mentre nel resto d’Europa ha potuto contare almeno sul doppio del tempo. Senza una società civile articolata, i partiti tendono a prendersi tutto il campo. Insieme alla storia, l’educazione è essenziale: a diverse generazioni è stato spiegato che pubblico corrisponde a statale o che il mercato crea bene comune trasformando magicamente l’egoismo privato.

Tutto o quasi tutto ha una causa. Ma non torniamo a cadere nella determinismo che mette alla porta la mancanza di responsabilità e la lascia entrare dalla finestra. Il peso della storia e dell’educazione non possono impedirci di riconoscere che siamo in relazione con gli altri e che ciò ci rende protagonisti della vita democratica.

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