I re e i nemici della democrazia

- Fernando De Haro

In Spagna la Casa reale vive un periodo difficile, come tutte le istituzioni democratiche del Paese. FERNANDO DE HARO riflette proprio sul senso delle facili critiche moralistiche

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Bandiera spagnola, immagine d'archivio

Undici passi, dalla macchina alla porta del tribunale, sono quelli che hanno portato Cristina, l’Infanta di Spagna, a difendersi dall’accusa di frode fiscale e riciclaggio di denaro. Lei li ha fatti con un mezzo sorriso, quasi che non l’aspettassero 400 domande, il viso pulito, gli abiti sobri – una semplice giacca scura su una camicia bianca. Senza alcuno sfarzo, come agli spagnoli piace vedere i membri della famiglia reale. Le immagini degli undici passi e del mezzo sorriso sono state trasmesse centinaia e migliaia di volte da sabato scorso sulle tv di mezzo mondo.

Un membro della famiglia reale ha reso conto delle sue azioni a un giudice: poco importa il merito delle accuse, la sentenza mediatica è già stata scritta da tempo. Il 90% degli spagnoli pensa che non sia stato rispettato il principio di uguaglianza dinanzi alla legge e più dell’80% che il re abbia gestito male la vicenda. Poco importano i dettagli, a nessuno interessa il sistema costruito da Iñaki Urdangarin, marito di Cristina, per “raccogliere” denaro dallo Stato e dalle imprese pubbliche. Pochi hanno seguito le argomentazioni giuridiche della difesa e dell’accusa; pochi sanno che ciò di cui può essere considerata colpevole Cristina è di non aver prestato attenzione a quel che faceva il marito. Quello che conta è che un “giudice coraggioso” si è messo a fianco del “popolo”.

Già i viaggiatori del XIX secolo dicevano che la monarchia in Spagna era qualcosa di strano, dato che tutti i sudditi avevano un’anima repubblicana. E ancora oggi c’è qualcosa del genere. Juan Carlos, padre dell’Infanta, che ricordava bene come gli spagnoli avevano cacciato suo nonno (Alfonso XIII) per instaurare la Seconda repubblica (1931) e che aveva vissuto in esilio, sapeva fin dall’inizio che avrebbe avuto un futuro solo se si fosse allontanato dall’eredità di Franco. Così ha portato la democrazia e si è fatto amare.

Negli ultimi tempi è parso che se lo sia dimenticato. Egli stesso, dopo l’incidente del 2012, quando si era fatto fotografare a caccia di elefanti in Botswana pur essendo Presidente onorario del Wwf, aveva chiesto scusa. Questa dimenticanza ha sicuramente a che fare con la mancanza di controllo su quello che facevano i suoi figli. Si è anche dimenticato di regolamentare costituzionalmente la Casa reale, che per più di 30 anni ha vissuto in un limbo giuridico senza limiti chiari. Inoltre, la crisi della monarchia arriva proprio quando ci sono due progetti indipendentisti in atto nel Paese.

Tuttavia, per comprendere quel che è accaduto forse bisogna considerare qualcosa di più degli errori evidenti della Casa reale e del secolare senso spagnolo dell’uguaglianza. Dal 1978 la monarchia spagnola ha rappresentato la volontà di concordia e superamento delle esperienze nefaste della repubblica e della dittatura. In un modo più affettivo che razionale si cercava in Juan Carlos un punto in cui riconoscere la possibile unità. Di fatto, per decenni, sia la destra che la sinistra hanno contribuito a mantenerlo come un indispensabile riferimento.

Forse la disaffezione verso la monarchia, in maniera inconsapevole, ha molto a che fare con un progressivo distacco dal progetto comune. È il frutto di una sorta di ira sorda, una critica alimentata da alcuni media, non solo verso il Re e la sua famiglia, ma verso le istituzioni, i partiti e tutti gli elementi che costituiscono la democrazia. Come una rabbia giovanile, innescata da un moralismo facile che, in nome della rigenerazione e della purezza (tutti sono corrotti), alimenta il cinismo e non propone delle soluzioni concrete e costruttive. È una sorta di impulso autodistruttivo.

Non sono stati anni facili. È dura sapere che qualcuno ha fatto soldi in modo illecito quando c’è chi non arriva alla fine del mese. Per questo è più che mai il tempo della responsabilità, per cambiare pazientemente tutto quello che c’è da cambiare (e si tratta di tante cose: educazione, fisco, regolamentazione dei partiti politici, ecc.). Per rincontrarsi, per lavorare pazientemente a una vita comune nella verità. Il nemico più grande per riprendere questo cammino è la critica generica che serve per giustificarsi e alzare la mano dall’aratro.

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