Le Olimpiadi e la “vita buona”

- Giovanna Parravicini

Dopo le polemiche, in Russia il clima è cambiato e la gente sembra aver tirato un respiro di sollievo. Merito delle Olimpiadi, spiega GIOVANNA PARRAVICINI, che hanno portato del buono

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Foto Infophoto

Se ne parlava da mesi, ci si preparava da anni. Putin ha voluto le Olimpiadi di Soci come un evento epocale, una vetrina della nuova Russia, ha sfidato il gravissimo rischio del terrorismo che anche recentemente ha insanguinato il Paese (i tre attentati a Volgograd), non ha lesinato investimenti miliardari e neppure – alla vigilia della manifestazione – gesti eclatanti quali il rilascio dell’oligarca Chodorkovskij da anni recluso in lager, nel tentativo di migliorare il proprio look agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

Ma il rischio vero Putin l’ha corso innanzitutto con il proprio Paese: forse in Occidente non ci si è accorti che le Olimpiadi di Soci hanno rischiato di trasformarsi in un secondo «Majdan», tanto si era alzata la tensione di fronte a malversazioni e casi di corruzione che hanno realmente rischiato di risucchiare nella loro voragine la gigantesca macchina olimpionica, al punto da far prevedere a qualcuno che queste Olimpiadi si sarebbero risolte in una catastrofe e nell’inizio di una guerra civile.

Fin qui il giudizio sembrerebbe seguire la medesima linea, in Occidente come in Russia. In questi ultimi giorni, però, mentre sui media esteri continuano critiche e denunce per la corruzione e i disservizi; mentre proseguono le polemiche sulla questione dell’omofobia, rispetto a cui le due parti – la Russia e il resto del mondo – hanno innalzato stendardi contrapposti, qui in Russia il clima è cambiato. La gente sembra aver tirato un respiro di sollievo, per non parlare dei milioni di spettatori davanti ai teleschermi, catturati da uno spettacolo che eccede la dimensione sportiva, agonistica. Collante nazionalista, revanchismo, pseudoreligione? C’è anche questo, probabilmente, ma non solo. C’è dell’altro, c’è del «buono».

Mi ci ha fatto pensare dapprima un sms ricevuto da un’amica, Tanja, insegnante di biologia con cui condividiamo tante cose, che assistendo all’apertura dei giochi mi ha scritto: «Sono fiera della Russia». Poi la laconica replica di un mio collega, Viktor – generalmente un modello di equilibrio e tolleranza – alle critiche di un giornalista canadese: «Se non si trova bene, torni a casa sua». E infine mi ha fatto pensare la frase con cui Papa Francesco ha superato di schianto, ancora una volta, la scontatezza dei nostri sguardi su quanto avviene: «Vorrei far giungere il mio saluto agli organizzatori e a tutti gli atleti, con l’auspicio che sia una vera festa dello sport e dell’amicizia», ha detto domenica all’Angelus.

Ecco, una «festa»: senza nulla togliere ai mali di cui sopra (e di cui tutte le persone sensate sono ben consapevoli), nel modo in cui i russi stanno vivendo le Olimpiadi non si vede innanzitutto l’ossessione di arrivare al primo posto, di strabiliare il mondo, ma piuttosto il desiderio di essere «trovati buoni», di offrire finalmente una cosa buona, uno spettacolo di bellezza e di armonia, e di gustarsi a propria volta la festa. 

Lo si vede da come sono costruiti i reportage sulle Olimpiadi, con storie di gente che ha saputo superare le proprie difficoltà, testimonianze di solidarietà, dove insomma è l’aspetto umano a balzare in primo piano.  Perfino su Putin circola una barzelletta «amichevole»: una foto della bellissima atleta Alla Kabaeva (di cui tutta la Russia sussurra la relazione con il presidente), mentre porta la fiaccola, e la scritta: «E tu che cosa fai per la tua ragazza?». Lo si vede, infine, dai volontari, che sono tra i protagonisti di queste Olimpiadi.

Sì, accanto alle storie di corruzione quotidiana, in Russia oggi sta prendendo piede una tradizione sconosciuta nell’universo comunista (che aveva inventato i «sabati socialisti» in cui la gente era «spontaneamente» costretta a lavorare): è il volontariato, che a Soci è diventato uno dei pilastri organizzativi – forse quello che ha permesso alla macchina di mettersi in moto, nonostante tutto. In tutto questo è al lavoro un «bene»: lo stesso bene che l’uomo si porta scritto nel profondo del cuore e che aveva messo in moto l’erbivendolo di Havel, lo stesso Bene che muove le leve della storia e che prepara svolte sorprendenti e insperate al nostro mondo.

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