Le parole (nuove) del Papa

Tra le tante cose sorprendenti che papa Francesco ha introdotto in questo suo primo anno c’è anche un modo nuovo di parlare. L’editoriale di GIUSEPPE FRANGI

21.02.2014 - Giuseppe Frangi
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Immagine di archivio

Tra le tante cose sorprendenti che papa Francesco ha introdotto in questo suo primo anno c’è anche un modo nuovo di parlare. Potremmo spiegarcelo con la sua matrice latinoamericana, che lo porta essere sempre molto diretto, concreto, e a girare alla larga da ogni intellettualismo. Ma è una spiegazione parziale, che non dice invece della ricchezza di vita e di novità propria del linguaggio di Francesco. 

C’è da questo punto di vista un indizio straordinario, ed è la sua libertà e fantasia nel creare dei neologismi. Ne abbiamo sentiti tanti in questi mesi. Parole nelle quali lui riesce a racchiudere il racconto di un’esperienza, in maniera sintetica e folgorante. Ad esempio, per spiegare il suo motto, “Miserando atque eligendo” (sintesi di quello che lui pensa di se stesso: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”), ha dato indicazione di come dovrebbe essere tradotto in italiano: «Il gerundio latino “miserando” mi sembra intraducibile sia in italiano che in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando». Un gerundio che secondo lui è necessario per descrivere lo sguardo del Signore (uno sguardo in azione). 

Ma è stupendo anche il neologismo scovato quando ha dovuto spiegare che la preghiera è piena di memoria, nel senso che «io posso dimenticarmi del Signore, ma so che lui non si dimentica mai di me»: la preghiera per questo è “memoriosa”. Persino nell’Esortazione apostolica ne ha introdotto uno, presente nell’originale spagnolo ma reso con una circonlocuzione nella versione italiano. Quando al punto 96 ha messo in guardia da un vizio molto diffuso tra i cattolici: «ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “habriaqueísmo”», che in italiano potremmo rendere con «il peccato del “doverfareismo”». 

E ai giovani di Cagliari ha lanciato l’invito a non lasciare che siano altri i protagonisti del cambiamento stando «a balconear», cioè a guardare la vita dal balcone. Mentre per rendere con più efficacia il fatto che l’iniziativa viene sempre da Dio, che Dio viene sempre prima, ha usato a più riprese un verbo spagnolo che non ha corrispondente italiano, ma che non ha nessuno bisogno di traduzione tanto è chiaro nel suo concetto: «Userò un’espressione che usiamo in Argentina: il Signore “primerea”, ci anticipa». (Per scoprire tutte le sorprese linguistiche di papa Francesco è preziosa la rubrica di Jorge Milla sul bel sito terredamerica.com).

Il neologismo è sintomo di due cose. Primo, che per lui la creatività è una componente trascinante nell’azione missionaria e pastorale. Secondo, che l’affacciarsi di Dio nella realtà segue modalità che a volte non hanno un riscontro in parole adeguate. È un sommovimento che sommuovendo la vita finisce per forza con il sommuovere anche la lingua che si parla.  

Ma in questo primo anno papa Francesco ci ha regalato anche delle metafore che non ci si scrolla più di dosso, come quella dei sacerdoti che «devono sentire l’odore delle pecore». Oppure quella sui cristiani malinconici che hanno «la faccia da peperoncini nell’aceto».

E poi ci ha messo in guardia, con un’infinità di richiami, dal “pericolo” delle parole. Sono i ripetuti riferimenti al dilagare della “chiacchiera”: «Le chiacchiere uccidono le persone. All’inizio possono sembrare una cosa piacevole, come una caramella. Ma poi le chiacchiere lasciano un gusto amaro che avvelena le persone». «Fate obiezione di coscienza alle chiacchiere», ha raccomandato ai cardinali, in occasione degli auguri di Natale. 

Il “parlare” di Francesco è sempre un parlare ripulito da ogni ambiguità; un parlare franco che non si copre mai dietro la necessità della prudenza. È anche un parlare sobrio, consapevole dell’efficacia della brevità. Decisamente c’è per tutti, davvero tanto da imparare.

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