La colomba e il gabbiano

Per PIGI COLOGNESI, il gabbiano che uccide la colomba rappresenta un mondo che finge di lodare le parole del Papa ma le azzanna col presunto realismo riducendole alla logica del più forte

03.02.2014 - Pierluigi Colognesi
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Papa Francesco (Infophoto)

Quella sequenza fotografica mi ha fatto colpo. Affacciati alla finestra del Palazzo Apostolico due bambini stanno a fianco di papa Francesco. Vogliono mostrare a tutti il loro desiderio di pace e, perciò, ricorrono al simbolo più antico ed esplicito: la colomba bianca; quella stessa che Noè inviò fuori dall’arca per vedere se la collera di Dio, che aveva affogato il mondo sotto una montagna d’acqua, si fosse ritirata; quella che nei mosaici paleocristiani se ne sta appoggiata sopra una zampillante fontana; quella che Picasso ha disegnato in modo indimenticabile. Nel candore delle due colombe, nel loro libero volo c’è tutto il desiderio di quei bambini e di quel grande e consapevole bambino che è il Papa.

Spiccano il volo ed ecco che improvvisamente un corvo nero si avventa su una di loro e la ghermisce per le zampette. La colomba si libera, ma la sua salvezza è soltanto temporanea: un grosso gabbiamo si è già precipitato su di lei e questa volta non c’è niente da fare. L’abile cacciatore l’afferra col becco e non la molla più: sarà il suo pasto. Si dirà che questo è del tutto naturale, persino necessario nella sempiterna lotta, nel regno animale, tra cacciatori e prede. Eppure questa spiegazione deterministica non può impedire di spalancarci i molteplici significati simbolici della scena. Prima di tutto quella colomba non è una colomba qualsiasi: il papa stesso, il pastore universale della Chiesa Cattolica, ne aveva fatto un simbolo del suo desiderio di pace, della sua invocazione struggente perché termini ogni violenza.

Come non pensare che quel gabbiano rappresenti la brutale risposta di un mondo insensibile a quella preghiera? Un mondo che magari fa finta di lodare le buone intenzioni dell’uomo vestito di bianco ma che, non appena esse tentano di esprimersi in qualche gesto concreto, le azzanna col proprio presunto realismo e riconduce la questione all’implacabile logica del più forte. Come dicesse: baloccatevi pure coi vostri sogni di pace, tanto poi le cose continueranno ad andare come sono sempre andate e come noi vogliamo che vadano: a decidere sarà la violenza.

Ma la colomba scempiata dal gabbiano mi è apparsa un simbolo ancora più universale. Quante volte mi è capitato di sentire uno slancio sincero dovuto alla scoperta di qualcosa di grande, all’intuizione di un’impresa bella da fare, un’amicizia da approfondire, una svolta interessante sul lavoro, una prospettiva nello studio, un cambiamento di abitudini, questo o quel limite morale da superare. E quante volte, poi, qualcosa ha preso le fattezze del gabbiano e ha vanificato quello slancio: mi sono dimenticato della scoperta, ho abbandonato l’impresa, lasciato al suo livello di sempre quell’amicizia; nessuna svolta nel lavoro, nello studio, nelle abitudini e tantomeno nella correzione dei difetti. Il cattivo gabbiano può essere stato, di volta in volta, una circostanza avversa, un fattore non calcolato, l’ostilità di qualcuno, la stanchezza, una nuova attrattiva che fa dimenticare il proposito intrapreso. Sta di fatto che quel gabbiano s’è mangiato la colomba e tutto il suo slancio. Ma non mi rassegno. In cuor mio so bene che la colomba ha dalla sua parte il fatto di essere vera e che io ho una riserva di colombe infinitamente più numerosa di tutti i gabbiani del mondo.

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