L’ingenuità perduta

- Pierluigi Colognesi

E’ proprio vero che nell’infanzia c’è una purezza che poi si perde. L’autocoscienza non rimane nitida e leale di fronte ai dati, ma si copre dell’armatura di preconcetti. PIGI COLOGNESI

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Bambina numero uno. La figlia di una coppia di amici ora ha tre anni. Anni caratterizzati da difficoltà che parevano insormontabili; affetta da una rara malattia, sembrava già un miracolo che la bambina sopravvivesse e, in ogni caso, si riteneva che sarebbe rimasta gravemente lesa nell’udito, nella vista, nella parola, nei movimenti. Invece lei – che ha subito numerosi interventi chirurgici ed altri le si prospettano – va in giro con le sue gambe, mangia da sola, parla scioltamente, ascolta curiosa; ha una gran voglia di vivere indipendentemente dalle ferite che porta nel suo corpo. Il padre mi ha raccontato che l’altro giorno sua figlia gli ha chiesto: «Perché io devo sempre andare all’ospedale?». Si resta attoniti nel constatare l’emergere chiaro, indiscutibile di una cosa che nessuno ha potuto insegnare alla piccola: l’autocoscienza. Da profondità che non siamo in grado di sondare emerge in quel piccolo essere una cosa straordinaria, unica: dice io. E lo dice constatando una situazione data – «devo andare in ospedale» – e chiedendone la ragione, il senso.

Bambino numero due. Sul filobus che mi porta al lavoro è seduta una signora con in braccio il figlio di cinque anni circa che guarda fuori dal finestrino. Probabilmente sta imparando a leggere, perché ogni tanto spiega orgoglioso alla mamma che cosa ci sia scritto su un cartellone o su un muro; quando passiamo sopra la ferrovia si entusiasma dell’intreccio dei binari e poi dei giochi che vede nel cortile di una scuola. Ha, insomma, uno sguardo vigile e aperto.

Bambino numero tre. Una giovanissima mamma cinese ha issato sul solito filobus una carrozzina. Siamo tutti un po’ insofferenti perché si sta stretti e quell’ingombrante aggeggio dà fastidio. Lui, il piccolo nel passeggino, non se ne cura e si mette a sgranocchiare un cracker. Tre o quattro fermate dopo, la cinesina si fa largo tra la ressa perché deve scendere; va di schiena verso la portiera trascinandosi il passeggino; il piccolo sorride e proprio prima di essere calato giù alza la manina e fa ciao agli sconosciuti che gli stanno di fronte.

È proprio vero che nell’infanzia c’è una purezza che poi si perde, si inquina. L’autocoscienza difficilmente rimane nitida e leale di fronte ai dati: si copre dell’armatura di preconcetti prodotti dai propri pensieri e stati d’animo o inculcati dall’esterno. La curiosità inesauribile, che parte dalla implicita consapevolezza che quello che c’è là fuori è enormemente più vasto del già saputo, si affievolisce fino a scomparire quasi del tutto nello scetticismo di chi pensa di saperla lunga e non s’interessa più di niente.

La cordialità del bambino che saluta sorridente gli sconosciuti sul filobus lascia il posto al sospetto – anche motivato dall’esperienza della cattiveria altrui -, alla cautela, oppure semplicemente alla fredda indifferenza. Tra le cause di questa triste curva decrescente – insieme ad una dissennata diseducazione – c’è qualcosa che appare «naturale»: non si può mira restare sempre ingenui come i bambini! Eppure è innegabile che proprio quella che chiamiamo spregiativamente ingenuità è la miglior descrizione di ciò che ci piacerebbe essere. Il punto è sapere come si possa esserlo. Forse dando retta a quell’uomo che, sorprendentemente, ha detto: «Se non ritornerete come bambini…»?

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