Il paradiso perduto

- Pierluigi Colognesi

La primavera è il simbolo di una nuova creazione. Ma cosa pensiamo noi uomini d’oggi quando pronunciamo questa parola? L’editoriale di PIGI COLOGNESI

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L'Orchestra Sinfonica di Roma

Quello che accade in primavera – si dice spesso – è come una nuova creazione. Effettivamente tutto cambia: la durata della luce, la temperatura e il profumo dell’aria, i colori dei campi e le forme degli alberi; noi stessi ci ritroviamo addosso qualcosa di nuovo che germoglia e produce variabili stati d’animo, che vanno dall’euforia al languore venato di tristezza. È un cambiamento sorprendente se appena lo paragoniamo con ciò che c’era prima: buio, freddo, grigio, e allora parliamo, appunto, di nuova creazione.

Ma cosa pensiamo, noi uomini d’oggi, quando pronunciamo questa parola? Ci riflettevo qualche sera fa mentre ascoltavo al Conservatorio di Milano il meraviglioso Oratorio di Haydn intitolato, appunto, La creazione. Per gli uomini cristiani di allora era tutto chiaro: la creazione è stato un atto libero di Dio che, dal nulla, ha fatto tutto quello che c’è e lo ha fatto bene. Ecco allora lo spettacolare inizio dell’Oratorio: l’orchestra impegnata in ardite dissonanze, simbolo del caos primigenio, che lentamente si avviano verso l’armonia; poi la voce dell’arcangelo Raffaele che canta le parole con cui inizia la Bibbia fino a quella prima frase pronunciata da Dio stesso: «Sia la luce». Su quest’ultima parola orchestra e coro scoppiano in un fragoroso fortissimo; viene in mente il big bang, il nucleo luminoso da cui poi deriveranno, in ordinata sequenza, tutte le cose: cieli, astri, acque, terre, piante ed animali. La musica continua descrivendole ad una ad una, cantando con ritmi di gratitudine e lode ogni volta che qualcosa di nuovo viene creato. Fino al capolavoro finale: l’uomo e la donna.

Ma per noi non è più immediatamente così. Anche se diciamo nel Credo di aver fede nel «Creatore del cielo e della terra», nel fondo della mente abbiamo depositata un’altra immagine: sostanzialmente pensiamo che tutto sia stato e sia pura materia che si forma e si disfa in un perpetuo cambiamento – di cui fa parte anche l’alternanza fra inverni e primavere –, materia che non presuppone un autore e tantomeno un autore che abbia un disegno buono su quello che ha voluto fare. Evidentemente non sto difendendo un creazionismo ingenuo o il fondamentalismo biblico che si ostina a interpretare letteralmente quanto scritto nel libro della Genesi.

Voglio solo dire che c’è in noi una pre-comprensione (dovuta a uno sviluppo culturale che non è qui il caso di dettagliare) che ci rende difficile porci di fronte alla realtà come «creata», come a qualcosa che riceviamo gratuitamente. 

Anche quando pensiamo a noi stessi, non ci percepiamo facilmente come «creature», bensì come il risultato un po’ casuale di un intreccio di pezzi di materia. Intreccio che, non avendo all’origine un creatore intelligente, non può certo pensare di avere una qualche forma di destino; questa pre-comprensione ci ributta quindi nel caos originale.

In tal modo ci viene a mancare quella sublime dignità di cui la creazione cristiana corona l’uomo. Quella cantata da Milton nel Paradiso perduto che Haydn ha usato per il suo Oratorio: «Mancava ancora l’opera maggiore, il fine ultimo di tutto quanto era già stato fatto: una creatura non prona e bruta al pari delle altre, e piuttosto dotata da santità di ragione, che fosse in grado di ergersi in tutta la propria statura, e così eretta, capace di governare con fronte serena le altre, cosciente di sé, e per la sua grandezza d’animo adatta a mantenersi in armonia con il cielo, ma anche grata di riconoscere sempre da dove le discende il suo bene».

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