La vittoria tradizionale

Quali sono le ragioni della cocente sconfitta di François Hollande? La politica contro la famiglia e progressista sui valori ha presentato il conto? SALVATORE ABBRUZZESE

01.04.2014 - Salvatore Abbruzzese
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Francoise Hollande (Infophoto)

Le recenti elezioni amministrative in Francia hanno segnato una chiara crisi del Partito Socialista ed un altrettanto netto recupero del Centro Destra. Secondo le analisi generalmente condivise, la novità segnata dal successo – non proprio così inatteso – di Marine Le Pen e del Front Nationale esprime il profondo malessere verso le politiche europee orientate al rigore. Non credo tuttavia che ci si possa fermare a questo. 

Al contrario dell’Italia, la Francia coltiva da sempre un’immagine estremamente solida tanto della propria macchina burocratico-organizzativa quanto di quella economico-produttiva. È un paese tradizionalmente fiero dei propri risultati e dei propri successi. È sulla misura di una tale alta considerazione delle proprie energie come delle proprie risorse che il popolo francese misura, con costante disappunto, i bollettini di crisi e di austerità provenienti da Palazzo Matignon. Fu proprio facendo leva su questo orgoglio nazionale che, nel 1981, François Mitterand prevalse sulle politiche del rigore varate da Valéry Giscard d’Estaing e definite dal suo primo ministro, l’economista Raymond Barre, salvo approvare, due anni più tardi, quelle stesse riforme che Barre aveva proposto e che la gauche pensava di poter evitare. Allora il PS di Mitterand mantenne le posizioni, anche se la politica di austerità lo avrebbe lentamente trascinato nella crisi. Oggi tuttavia il declino sembra essere molto più rapido. 

Il risultato pessimo del PS di François Hollande sembra essere dovuto ad almeno tre distinti fattori. In primo luogo la nota (e oramai consolidata) crisi di rappresentanza del partito socialista nelle aree periferiche e popolari, là dove si addensa la cintura operaia con la quale un tempo questo partito si ricongiungeva e dove adesso risiede un elettorato che non va a votare, oppure che, al contrario, sottoscrive la protesta del Front Nationale. In secondo luogo, in modo più radicale di quanto non fosse accaduto nel 1981, traspare la difficoltà a sottoscrivere una politica di austerità che è vista come proveniente da un’entità sovra-nazionale europea verso la quale l’opinione pubblica francese non ha mai nutrito grandi entusiasmi. Una tale difficoltà appare tanto più vistosa – ed è questo il terzo fattore – quanto più si avverte nell’aria la difficoltà a ricucire i diversi elementi costituenti un tessuto culturale unitario. Si afferma cioè quell’identità infelice che Alain Finkielkraut ha descritto nel suo ultimo lavoro e che consiste nella difficoltà crescente, da parte della società francese contemporanea, di recuperare una cornice unitaria condivisa, nella quale riflettersi e a partire dalla quale poter alimentare quella fiducia forte e estesa nelle proprie potenzialità e nel proprio sistema pubblico.

Le riforme velleitarie proposte in ambito educativo, la politica per le coppie gay e i tentativi di far marciare il popolo francese verso “una nuova narrazione della propria identità” come sostiene il ministro della Cultura Peillon, hanno creato silenzio, seminato sconcerto e alimentato perplessità dentro la società francese, proprio nel momento in cui il valore della solidarietà in una storia condivisa avrebbe dovuto prevalere. 

Nel 1980 François Mitterand vinse presentando l’immagine di un partito inteso come “la force tranquille”, recuperando le immagini della Francia profonda dei campanili e del territorio. In direzione perfettamente opposta alla tradizione mitterandiana la leadership di Hollande fa invece sistematicamente di tutto per sconcertare e gettare nella perplessità l’opinione pubblica sotto il peso delle novità culturali ope legis, avviandosi verso un’energica politica di educazione nazionale ai nuovi valori della “cultura del genere”. 

È per questo che, accanto alla sconfitta del PS, alla vittoria del Centro Destra ed alla sorpresa di Marine Le Pen si accompagna anche un formidabile score di astensioni, tanto più grave quanto più si attua nello scenario delle elezioni amministrative, cioè di quelle in cui gli interessi sono più concreti e quindi, proprio per questo, maggiormente condivisi. 

Una sinistra che cerca di superare gli impasse che registra sul recupero dell’occupazione e della ripresa economica attraverso le velleità educative sul piano culturale non può che andare verso il baratro. Il problema è adesso interamente a destra e coincide con la capacità di ricomporre le diverse anime che caratterizzano l’elettorato moderato: è stata infatti la mancata ricomposizione del conflitto tra le due anime della destra a consentire la vittoria socialista, probabilmente sarà lo sempre lo stesso fattore a lasciare al potere una sinistra politicamente modesta quanto pedagogicamente ambiziosa.

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