Settimana santa, perché?

- Pierluigi Colognesi

L’avvicinarsi della santa Pasqua: una settimana, quella che si apre venerdì 11 aprile, più autentica che santa. Alle radici della resurrezione di Cristo. L’editoriale di PIGI COLOGNESI

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Rubens, Crocifissione (1619) (Immagine d'archivio)

Quella che inizia oggi è la settimana designata col termine “santa”. Un po’ superficialmente ci accontentiamo di pensare che questo aggettivo indichi semplicemente che questi giorni sono molto importanti e quindi ci dobbiamo predisporre a qualche particolare gesto di devozione. La parola “santo” – participio passato del latino sancire – qualifica invece un luogo, un tempo, una persona, un rapporto resi diversi, irrevocabili, inviolabili, sacri, dal gesto potente fatto da qualcuno che non siamo noi. I primi cristiani, ad esempio, si chiamavano l’un l’altro “santi” non perché avessero delle particolari doti di perfezione morale, ma in quanto resi tali, scelti, nel Battesimo.

La liturgia ambrosiana definisce la settimana che comincia con un altro termine: “autentica”. Anche in questo caso, la parola non significa semplicemente che questi giorni siano genuini o originali; “autentico” richiama al potere assoluto di qualcuno che ha l’autorità di dire come stanno veramente le cose e di decidere in conformità. Ancora una volta l’aggettivo che definisce i giorni che ci attendono rimanda a un potere ben superiore alle nostre capacità.

Viene in proposito da riflettere sul fatto che la nostra temperie culturale è stata definita “epoca della ricerca dell’autenticità”. Dopo l’abbuffata ideologica e dopo il riflusso edonistico è ora il tempo – dicono – di essere autentici, cioè se stessi, liberi da vincoli esterni, siano essi quelli di un progetto politico o di modelli di consumo. Siamo tutti sollecitati a “realizzarci” ognuno come gli pare, senza troppe preoccupazioni di legami o di grandi scopi. Ma in fondo ognuno si ritrova solo col suo desiderio di autenticità e sostanzialmente sempre più disilluso sulla possibilità di raggiungerla.

In questo senso i “fatti” della settimana che inizia sembrerebbero l’esatto contrario della autenticità. Ripenseremo, infatti, ad un uomo che si è visto tributare un successo straordinario di popolo – l’ingresso trionfale in Gerusalemme – e non l’ha minimamente sfruttato come una logica di soddisfazione avrebbe suggerito. Un uomo che spiega ai suoi amici, senza essere capito, che la sua autenticità coincide con l’accettazione dolorosa della volontà del Padre; che mendica un poco di sostegno umano e viene tradito ed abbandonato. Un uomo che si sottomette all’ingiustizia del potere religioso e civile senza opporre nessuna dialettica – “Ti scongiuro di dirci se sei tu il Cristo”. “Tu l’hai detto” – e  anzi costringendolo a porsi l’interrogativo fondamentale – “Che cos’è la verità”.

Un uomo che si sottomette ai dolori dell’esecuzione capitale riservata ai malfattori. Questi i fatti. Fatti che hanno convinto Giuda che l’autenticità promessagli era bugiarda e che quindi non poteva che lasciarsi travolgere dalla disperazione. Fatti che hanno lasciato costernati e senza parole gli altri discepoli, ma non così menzogneri da concludere che era tutto falso. Solo costoro hanno potuto vedere il “fatto” conclusivo, quello del mattino della domenica; quello senza del quale non avrebbe senso ricordare la terribile settimana trascorsa; quello da cui si capisce che l’autenticità non è un giochetto di piccole soddisfazioni da ritagliarsi individualmente, ma la partecipazione obbediente al grande disegno in cui sta l’autenticità del tutto.

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