Vivere senza ideologie

- Fernando De Haro

L’edizione di Encuentromadrid di quest’anno si basa molto sul tema della ricchezza della vita comune. L’esperienza dell’altro come bene richiede però un lavoro su di sé

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Torna Encuentromadrid, lo strano evento (conferenze, mostre, concerti) organizzato da oltre dieci anni dalle persone di Comunione e Liberazione a Madrid. Il programma di quest’anno sembra più ricco delle scorse edizioni e tra gli invitati c’è il Cardinale di Milano, Angelo Scola, un peso massimo nella Chiesa. I temi che verranno trattati vanno dall’Europa (le elezioni sono vicine) al Medio Oriente.

Gli organizzatori, a giudicare dal tema scelto (Buone ragioni per la vita comune), sembrano essersi messi in un bel guaio. Tutti, in una situazione di polarizzazione e confusione, fanno richiami all’unità, soprattutto ora che abbiamo appena seppellito Adolfo Suárez. Pochi, però, sanno indicare che cosa può accomunare le persone. Molti, per fortuna, sottolineano che è necessario disfarsi dell’ideologia, ma questa buona intenzione spesso si trasforma nell’affermazione che sono gli altri ad avere un’ideologia. Ammettiamolo: la volontà di vivere insieme in pace e i richiami alla concordia basati su ragioni astratte, sebbene valorosi, portano spesso alla frustrazione.

Per questo è interessante vedere cosa succederà il prossimo finesettimana alla Casa de Campo di Madrid, dove si terrà questo evento a metà strada tra una festa del Partito comunista e un’università estiva. Seguiremo con curiosità cosa accadrà ai volontari, agli invitati e a tutti coloro che parteciperanno a Encuentromadrid. La vita in comune è, detto semplicemente, vita con un altro, con gli altri. Siamo stanchi di belle parole, quello di cui abbiamo bisogno è vedere esperienze di persone per cui gli altri non sono un accidente ma un completamento, un aiuto reale per scoprire quello che ancora è nascosto, per far sbocciare una ricchezza che stando soli marcirebbe. L’altro è negli occhi del mendicante al semaforo, nella mano oppressiva del capo o del collega di lavoro, nelle abitudini di chi si crede di conoscere da sempre, nel settario che ripete un’idea schematica e pesante (che sia l’anticlericale testardo o il cattolico dottrinario) o in chi per un miracolo inaspettato tira fuori il suo cuore e si trasforma in un compagno inatteso.

Speriamo che Encuentromadrid nelle sue cucine, nelle sue faticose ore di montaggio e preparazione, nelle sue tavole rotonde, arrivi fino a questo punto concretissimo. Ma l’esperienza dell’altro come bene non è un fiore selvatico. Ci vuole tanta cultura, cioè un gran lavoro su di sé, per superare una mentalità che considera la socializzazione come un optional. Il liberalismo ci ha insegnato che il mondo si muove per interesse e lo statalismo di destra e di sinistra sostiene che solamente una forte amministrazione ci può salvare dall’egoismo. Dall’economia stessa, tuttavia, nascono sensibilità diverse. Per esempio, Rifkin, ne La civiltà dell’empatia (2009), descrivendo gli effetti della rivoluzione di internet e della creazione di reti ha indicato come superata l’idea che il mercato funzioni grazie allo scontro tra avversari: la collaborazione basata sui benefici condivisi genera più ricchezza.

La crisi ha reso evidente fino a che punto quelli che alcuni economisti chiamano i “desideri socializzanti” possono essere più determinanti del puro mercato o dello Stato. La settimana scorsa Foessa, la fondazione della Caritas spagnola che si occupa di ricerche, nello studio “Analisi e prospettive 2014. Precarietà e coesione sociale”, ha sottolineato come la diminuzione del lavoro ha portato alla luce e persino rafforzato il capitale sociale basato sulle relazioni umane. È questo capitale ad aver mantenuto a galla un certo benessere. Stiamo parlando di una categoria economica, non di un fattore marginale.

Il “desiderio di socializzazione” è la grammatica con cui è scritto il nostro nome. Noi ci realizziamo nelle relazioni personali che esprimono qualcosa di molto comune. C’è un’intuizione elementare all’origine dell’Illuminismo a cui non possiamo rinunciare: ci sono esperienze che sono universali. Come dice Todorov, il “riconoscimento della pluralità in seno alla specie rimane fecondo solo se […] ci permette di non rinunciare alla nostra comune umanità”.

Per alcuni questa universalità si basa sui diritti umani, altri vanno oltre e affermano che dietro ai diritti c’è la dignità della persona (Habermas). E la dignità si esprime quotidianamente in un feroce e indomabile desiderio di felicità, di bene, di verità. Nell’intuizione o certezza che Qualcuno ci “sillaba” (come diceva il poeta messicano Octavio Paz).

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