Italia, tra carri armati e trattori

Gli italiani non sembrano amare più il loro Paese. Ma questo amore può venire solo dal saper ritrovare le ragioni del nostro stare insieme. FEDERICO PICCHETTO

04.04.2014 - Federico Pichetto
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(Infophoto)

Non c’è niente che evochi di più la storia, e il fascino dei secoli, che una visita a Roma. Lo sa bene Barack Obama, ancora incantato dalla bellezza respirata al Colosseo una settimana fa, lo sa la Regina di Inghilterra che – a pochi giorni dal suo ottantottesimo compleanno – ha voluto nuovamente tornare nell’Urbe, e lo sa anche Paolo Sorrentino che – con La grande bellezza – ha voluto rievocare nel cuore degli americani il fascino immortale dell’uomo per una città che porta in sé le rughe dei secoli e i segni dell’Eterno.  Roma non è una metropoli come le altre: a Roma l’occidente guarda non solo per motivi economici e politici, ma anche per ritrovare un pezzo di sé e della propria storia. 

Se tutto questo è palese, fa effetto dirlo nei giorni in cui un gruppo di uomini è stato arrestato con supposte prospettive eversive e secessioniste, fa effetto raccontarlo dopo il successo enorme del Referendum on line sull’indipendenza del Veneto e fa effetto pensarci dopo l’estenuante tour auto-promozionale che il presidente del Consiglio ha svolto nelle ultime settimane presso le principali cancellerie europee. C’è un malessere oscuro che attraversa il nostro paese e che sfocia, poi, in una visione dello Stato come nemico da abbattere, da raggirare, da eludere. Tutta la grandezza del nostro passato non riesce – insomma – ad offrirci valide ragioni per stare insieme nel nostro presente. Vedere il presidente degli Stati Uniti nella Capitale, piuttosto che Elisabetta II, suscita nei più nobili una punta di orgoglio e di nostalgia, mentre – in molti altri – fa emergere scherno e disprezzo, irrisione e disinteresse. 

Roma è stata grande, ma oggi – proprio come sostiene Sorrentino – appare solo come un monumentale sfondo alla decadenza morale e spirituale di un intero paese, di una generazione, di una società. Quello che anima gli italiani del 2014 è rabbia, opportunismo, paura. Il popolo, infatti, si sente sfruttato, preso in giro, usato. 

Il caso del Veneto, da questo punto di vista, è davvero emblematico: l’unico stato dove l’unità d’Italia venne promossa dai ceti moderati è diventato – negli anni – l’unica regione cui il potere di turno, democristiano, forzista o leghista – ha sempre trovato appoggio e consenso, col solo desiderio di vedersi sostenuto e promosso. I veneti, in cambio di tutta questa leale fiducia, non hanno mai avuto niente. Quello che in questi anni si è rotto, quindi, non è tanto un equilibrio economico, quanto il motivo ideale per cui vale la pena “stare insieme”, “fare stato”. E questo, in misure diverse, vale pure per i lombardi, per i sardi, per i campani, per i siculi: ogni popolo che vive nella Penisola si sente ormai a disagio in uno Stato come il nostro, ostaggio di parassiti e di subdoli perbenismi, permeato dalla chiacchiera e dalla sete – sempre più infima – di potere. 

Eppure è questo il paese che lascia senza fiato Obama, è questo il paese che custodisce al suo interno lo Stato di papa Francesco, è questo il paese dove il sole ride la maggior parte dell’anno e dove il mare e i monti si incontrano per donare al pianeta il più disarmante spettacolo paesaggistico dell’intero continente europeo. Ma questo, oggi, davvero non basta più. La rabbia e la paura sono diventati più potenti dell’orgoglio, più persuasivi della nostalgia. Chi, oggi, ama l’Italia? Chi ama gli italiani, la loro laboriosità, il loro continuo commentare tutto, il loro modo di gesticolare e di argomentare, la loro incredibile capacità di cavarsela e di essere solidali? 

Come molti sanno, quando in un rapporto non si riesce a stare più insieme, tutto diventa “mio” o “tuo”, tutto diventa occasione di scontro e di affermazione di sé. Noi italiani, oggi più che mai, abbiamo dunque bisogno di ripartire: l’amore per questa nostra nazione non sorgerà dentro di noi da una riforma politica o dalla ripresa economica, ma dal saper ritrovare – realmente − le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere Italia. Non basta aver vissuto un grande passato per volersi bene nel presente: lo sanno le coppie, lo sanno gli amici, lo sanno le famiglie. Occorre qualcosa che ci ridesti ora, che susciti in noi la passione per la nostra nazione e l’amore per il nostro paese. 

Questo qualcosa non verrà mai dall’esterno, verrà sempre dal nostro cuore, dal nostro rapporto autentico con la realtà, dall’esperienza. Se volete bene a questo paese non aggirate gli ostacoli, ma state di fronte alla vita per quello che è, permettete alla vita di parlarvi e di diventare esperienza. Non fuggite dalle circostanze, non rifugiatevi in battaglie di retroguardia o in principi inoppugnabili: tornate invece ad incontrare la realtà, a sentire dentro di voi che effetto fa piangere, ridere, scegliere e − soprattutto – perdonare. Questa nazione non ha bisogno di molto, ha bisogno solo di un Io che la smetta di prendersi in giro e che cominci a fare sul serio. Con la vita, con le elezioni, con lo sguardo del proprio figlio. 

Questa è l’Italia che possiamo costruire in ogni luogo e in ogni momento della storia. Questa è l’Italia di cui tutti, ogni giorno, abbiamo bisogno. Altrimenti ci resterà soltanto un trattore da trasformare in carro armato, qualche applauso interessato dalle nostre performance e tanto, tanto, tifo. Quello per una squadra di calcio che, invece di vincere i mondiali, rischia di perdere la cosa più importante. Un popolo vero alle proprie spalle.

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