Come sarò da grande?

- Vincent Nagle

Gesù non elimina le cose limitate, non ci toglie nemmeno l’esperienza della morte, ma ci viene accanto, in mezzo al furore del rifiuto, per farci sentire la sua parola. Lo dice VINCENT NAGLE

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Da piccolo mi domandavo, “che persona sarò?”. Cercavo di immaginarmi da grande. Era difficile per me, in quanto non ho una fantasia che si proietta facilmente nel futuro. Tuttavia, mi passavano per la mente tante figure, dall’uomo tranquillo, silenzioso e saggio all’estroverso intrattenitore, dall’organizzatore di sindacati operai all’insegnante, dall’esploratore di terre selvagge al soldato. Le possibilità sembravano veramente senza limite. Poi, quando compii trent’anni, passai un momento di vera sofferenza. Mentre tornavo dalla casa di un mio fratello il cui compleanno cade nel mio stesso giorno, fui preso da una forte angoscia al pensiero che ormai non dovevo più farmi la domanda “che persona sarò,” perché, per il bene e per il male, la persona che sarò sarà più o meno la persona che è già qui e che sono io. Qualunque cosa avverrà nella vita, a farla o ad affrontarla ci sarà la persona che sono adesso, e nessuno molto diverso da quello che sono. Era terribile.

Il fatto è che per noi ogni esperienza di limite è un’esperienza, più o meno forte, di quel grande limite nella nostra esistenza che è la morte. E c’è qualcosa dentro di noi che non lo accetta, lo rifiuta violentemente. Una mia amica che era diventata massaggiatrice medica mi ha detto che la cosa più sorprendente che ha scoperto del corpo umano è quanto, a qualunque costo, vuole vivere. Sono stato molte volte con persone diventate più limitate fisicamente a causa di una malattia o di un incidente e devono guardare al resto della loro vita con questo severo limite addosso. Si sentono disperate. Non è per niente che tantissima pubblicità, dai cosmetici alla informatica, ci prometta una esperienza senza limiti tramite il loro prodotto. L’infinità delle possibilità che si possono trovare in internet può sembrare un modo per non morire, come se una serie senza fine fosse la stessa cosa di una cosa infinita.

Nel Vangelo della quinta settimana di Quaresima, quest’anno nel rito romano abbiamo il bellissimo capitolo undici di San Giovanni, dove Gesù viene a Betania dopo la morte del suo amico Lazzaro. La scena turba il Signore.

La sorella di Lazzaro, Marta, che non riesce a sopportare la visione della vita senza suo fratello, si getta ai piedi di Gesù, quasi in accusa, per dirGli, “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” Gesù la interroga sulla sua fede nella risurrezione e lei risponde di credere nella risurrezione dell’ultimo giorno. Gesù risponde con una frase che squarcia l’esistenza: “Io sono la risurrezione e la vita.” E poi invita Lazzaro ad uscire dalla tomba.

Proprio in questo Gesù è il Salvatore, che cambia ogni momento della nostra esperienza di vita già quaggiù, già ora. Perché ogni cosa della terra, mentre promette la vita, è  comunque limitata, e promette quindi morte. Ma Gesù, soprattutto nel perdono dei peccati, il segno più doloroso del limite della vita, ci fa vedere che con Lui non sono i limiti di avere l’ultima parola, ma Egli stesso. Non elimina le cose limitate, non ci toglie nemmeno l’esperienza della morte, ma ci viene accanto, in mezzo al disordine del rifiuto, per farci sentire la sua parola e farci pregustare il compimento di ogni promessa. Ci fa entrare nel suo rapporto col Padre, che non ha nessun limite. Questa è la liberazione, che fa sì che la nostra esperienza del limite ci faccia già vivere il rapporto col Creatore infinito.

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