Elezioni Europee, per chi votare?

- Fernando De Haro

Alle elezioni europee di domenica votare o astenersi può sembrare la stessa cosa, ma non è così. FERNANDO DE HARO ci spiega perché e quali differenze ci sono tra i partiti in campo

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Per chi votare domenica? Dipende da cosa si desidera. Se si vuole sostenere un gruppo del Parlamento europeo che acceleri al massimo la costruzione dell’Unione e la faccia finita con la burocrazia e che allo stesso tempo tuteli la sussidiarietà, garantisca la solidarietà, protegga la vita dal concepimento fino al suo termine naturale, promuova la creazione di lavoro per i giovani, riduca le emissioni di CO2, garantisca la libertà religiosa e l’integrazione degli immigrati, allora la cosa è complicata.

Il fatto è che non c’è un partito che presenti tutte queste caratteristiche. Non resta dunque che l’astensione. Ma bisogna anche dire che non votare vuol dire accettare il risultato finale: la prevedibile maggioranza a popolari e socialisti, e la crescita dei nazionalisti. Nel caso della Spagna (per effetto della circoscrizione unica), l’astensione favorisce la crescita degli indipendentisti, che sono ben mobilizzati.

Ha senso fare una scelta nella cabina elettorale se tutti i buoni criteri suddetti non vengono presi come riferimenti assoluti e vengono ponderati in funzione di altre tre regole: la libertà, l’efficacia e il valore della testimonianza. Scegliere un partito che non fa parte dei cinque grandi gruppi attualmente presenti al Parlamento europeo (popolari, socialisti, liberali, sinistra e verdi) significa, nel migliore dei casi, optare per molta testimonianza e poca politica: il deputato o i deputati eletti porteranno a compimento alcuni interventi nei cinque anni di legislatura per finire poi nell’anonimato.

I verdi, come logico, sostengono la protezione dell’ambiente, ma non sembrano avere altre idee forti. La sinistra reclama solidarietà e posti di lavoro, ma azzera la sussidiarietà. I liberali sono imprevedibili, ma è chiaro che si portano dentro i partiti indipendentisti. Non restano che i socialisti e i popolari.

I socialisti hanno fatto una campagna efficace, insistendo sulla necessità di cambiare la politica economica, finora dominata dall’austerità e dall’equilibrio dei conti. Propongono di triplicare i fondi per l’occupazione giovanile (di cui ha beneficiato tanto la Spagna), un nuovo Piano Marshall di investimenti e più politica industriale. Hanno voluto identificare i popolari con la politica dettata fino a questo momento dalla Merkel. Questo, tuttavia, è vero solo in parte, dato che il loro candidato alla presidenza della Commissione Ue, Martin Schulz, appartiene al Spd, che fa parte della coalizione di governo in Germania.

L’insistenza di Schulz nel distinguersi dalle politiche di austerità, che personifica in Jean Claude Juncker, il candidato dei popolari, è puramente elettorale. Gli ultimi interventi del Presidente della Bce, Mario Draghi, mostrano che esiste un consenso su quello che occorre fare. Questo accordo è incarnato nella grande coalizione tedesca. Finora l’obiettivo era salvare l’euro e risanare il sistema finanziario europeo. Nonostante gli errori compiuti e il grande sacrificio sociale, questi due obiettivi sono stati essenzialmente raggiunti. Ora sia i socialisti che i popolari riconoscono che il nuovo obiettivo è la crescita. Senza eccessi, ma con la consapevolezza che è necessaria un’azione decisiva.

I dati del primo trimestre del 2014 mettono i brividi: il Pil dell’Eurozona è aumentato solo dello 0,2%. La Spagna può gonfiare il petto perché ha registrato un +0,4% (una percentuale che in un altro momento sembrerebbe molto scarsa). Tutto questo in un contesto di 27 milioni di disoccupati, con l’euro forte rispetto al dollaro e una seria minaccia di deflazione. La politica di stimoli sarà gestita dalla Bce, che, alla fine, inietterà liquidità come ha fatto la Federal Reserve. I mercati lo sanno e per questo i titoli di stato hanno rendimenti così bassi. L’unica cosa che verrà discussa è la modalità di questo intervento, per scegliere quali titoli verranno acquistati.

Votare socialisti o popolari è quindi la stessa cosa? Non esattamente. Non c’è solamente l’economia. La questione dei cosiddetti nuovi diritti, che annacquano la tradizione europea, è importante. I socialisti hanno chiarito la loro posizione quando hanno votato una risoluzione, senza valore normativo, che chiede che l’aborto sia un diritto. O anche quando hanno sostenuto il rapporto Lunacek, che in nome dell’ideologia del genere potrebbe limitare la libertà di espressione. I popolari su questi temi non hanno una posizione unanime, ma alcuni di loro sono coscienti che gli ideali dell’Illuminismo possono essere messi seriamente in pericolo se il principio dell’autodeterminazione personale non fa i conti con la realtà.

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