La “profezia” di Benedetto XV

- Pierluigi Colognesi

In vista del 28 giugno 1914 si sprecano le rievocazioni. Ma perché mai si devono dedicare energie per ricordare un fenomeno così lontano dal nostro presente? PIGI COLOGNESI

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La Grande Guerra

Il prossimo 28 giugno cade il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale. La macchina delle rievocazioni è in moto da tempo; forse ha già sparato gran parte delle sue cartucce, temendo che l’abbinamento tra mondiali di calcio e afa estiva abbassasse il livello dell’attenzione. Viene comprensibilmente da chiedersi perché mai si debbano dedicare brandelli di energia per ricordare un fenomeno così lontano dal nostro presente (almeno nelle forme con cui si presentò nel 1914). Un mio vecchio professore ci diceva, infatti, che noi eravamo la prima generazione che in gioventù non avrebbe fatto i conti col mostro della guerra, come invece era toccato ai nostri genitori (la seconda guerra mondiale), ai nostri nonni (la prima) e così indietro in tempi remoti.

È difficile immaginarsi oggi cosa sia stato il conflitto che per quattro anni ha sconvolto l’Europa d’inizio Novecento. Le cronache di guerra che leggiamo oggi parlano di droni e satelliti, di raffinatissime tecnologie informative e di bombardamenti “mirati”, di armi sofisticate e complesse strategie. Cent’anni fa era molto diverso. Proviamo, esemplificativamente, a pensare a quanto è successo sul fronte franco-tedesco all’inizio delle ostilità. Anzitutto fa impressione il numero di persone coinvolte: sette armate tedesche avanzano contro sei armate anglo-francesi: più di un milione di uomini armati; se proviamo ad immaginarceli tutti insieme vengono i brividi. Questi uomini sono stati concentrati nelle posizioni definite dagli strateghi viaggiando in treno, ma poi si sono spostati quasi sempre a piedi. Anche qui occorre usare l’immaginazione: che fossero all’attacco o che si ritirassero, quei soldati dovevano marciare sovraccarichi per decine e decine di chilometri al giorno per poi magari bivaccare all’aperto. E per di più non sapevano bene dove stavano andando, così come non erano al corrente di cosa stesse succedendo altrove, come procedeva la guerra, chi stava vincendo; i bollettini ufficiali dicevano poco o nulla.

Pensiamo ad un qualunque soldato francese; è partito da Parigi verso il fronte nella convinzione di dover penetrare in territorio tedesco, poi invece è arrivato l’ordine di arretrare e ha dovuto marciare per giornate intere, ha incontrato convogli di feriti di ritorno dalla prima linea oppure carovane di sfollati da un qualche villaggio che i tedeschi hanno bruciato. E quel soldato non ha nessuna informazione precisa, magari ha un fratello in un altro battaglione e non sa se sia ancora vivo, né conosce la posizione esatta del nemico: forse dall’altra parte del bosco e domani lo attaccherà.

Gli attacchi! Di solito erano anticipati da un pesante bombardamento dell’artiglieria ma poi si arrivava inevitabilmente allo scontro corpo a corpo; il soldato doveva mettersi a correre nel campo col colpo in canna, cercando di evitare le pallottole nemiche e, se andava bene, inastare la baionetta e lottare così con l’avversario.

Insomma, quello che voglio dire è l’indescrivibile orrore di quella come di ogni guerra. Com’è noto, i latini la chiamavano bellum ed avevano in mente l’ordinato scontro di milizie organizzate. Il vocabolo guerra deriva invece dal germanico werre (da cui l’inglese war) ed indicava il modo disordinato di combattere proprio dei barbari: la mischia confusa e sanguinosa.

La prima guerra mondiale è stata una mischia di proporzioni catastrofiche. Ma ho paura che anche le guerre della nostra era ipertecnologica di cui leggiamo sui giornali in fondo siano altrettanto barbariche, siano anch’esse – per stare alla definizione che Benedetto XV diede della prima guerra mondiale – delle “inutili stragi”.

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