Libertà assassina

PIGI COLOGNESI, nel suo editoriale di oggi, commenta gli ultimissimi casi di cronaca, da Lissi a Frigatti, e propone una riflessione sul significato della libertà

23.06.2014 - Pierluigi Colognesi
violenza
Immagini di repertorio (Infophoto)

Ho sempre parecchi scrupoli a parlare di certi avvenimenti. Di fronte al giovane padre di famiglia che uccide la moglie e i due figli piccoli, di fronte al brillante trentenne che accoltella senza apparenti ragioni tre sconosciuti, qualcosa mi suggerisce che sarebbe meglio stare in silenzio. Mi dispiacerebbe provocare nei miei lettori lo stesso fastidio che suscitano in me i commenti che ho letto su questi fatti di cronaca nera (pochi, in verità, perché poi il fastidio, appunto, ha prevalso). Sono commenti che lasciano fuori qualcosa, che si attestano a cavallo tra facile sociologia e psicologia spiccia e che, in fondo, ributtano quelle tragedie in una sfera in cui io non sono coinvolto, che guardo come uno spettatore distaccato; senza accorgermi che in tal modo replicherei in piccolo l’agghiacciante comportamento di Carlo Lissi che, dopo il triplice omicidio, è andato a vedere la partita dell’Italia con gli amici per crearsi un alibi.

Ciò che mi ha fatto superare gli scrupoli è stato leggere che Davide Frigatti, dopo aver ucciso uno sconosciuto e averne feriti gravemente alti due, se ne andava in giro completamente nudo nel parco di Cinisello Balsamo urlando: «Ora sono libero». E, a quanto sembra finora, Lissi ha fatto strage della sua famiglia per essere «libero» di assecondare la passione sfrenata per una collega. È stato detto che viviamo, più o meno consapevolmente, sotto la «dittatura dei desideri» e quello della libertà è senza dubbio uno dei più forti.

Tutto funziona abbastanza bene quando si tratta di decidere cose in cui sono implicato – almeno così sembra, perché nessuno è mai una monade – soltanto io: dal cibo al colore dei capelli, dalla religione e addirittura al genere. L’ostacolo nasce quando il raggiungimento della mia desiderata libertà implica necessariamente un altro.

Caposaldo della cultura illuminista è che «la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri». Apparentemente evidente. Eppure fatti come quelli di cui sto parlando mostrano tutta la fragilità di questa massima. Il confine tra la mia e l’altrui libertà non è facilmente individuabile e – sotto la pressione di una folle autoaffermazione, come per Frigatti – posso spingerlo così in avanti da travolgere la libertà e persino la vita dell’altro. D’altro canto essendo abituato a pensare che la libertà è sostanzialmente assenza di legami, sono portato a credere che tutto ciò che inevitabilmente la limita – fosse anche, come per Lissi, un tenerissimo figlioletto di venti mesi di fronte al quale magari mi sono intenerito – vada rimosso.

Invece ogni inevitabile limite – e il fatto stesso che l’altro esista lo è – sta a ricordare quel che diceva Pavese: «Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità». Solo se sono consapevole di tale apertura infinita della libertà, il limite non obietta più ad essa ma contrubuisce al cammino per raggiungerla. E anche quando l’altro è «piacevole», so che partecipa di questa infinità ma non coicide con essa e posso quindi «liberamente» rispettarlo.

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