Non è più tempo di rotture

- Salvatore Abbruzzese

Nell’ultimo anno risultano diminuiti divorzi e separazioni in Italia, ma anche in Europa: quale il motivo reale di questo? Risponde SALVATORE ABBRUZZESE

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L’annuncio dell’Istat che parla di un calo di separazioni e divorzi registrato nel 2012 va certamente preso con precauzione: si tratta di una flessione dello 0,6% delle separazioni e del 4,6% dei divorzi rispetto all’anno precedente. Tuttavia questa flessione è tanto più interessante quanto più, negli ultimi dieci anni, si accompagna sia ad un aumento contenuto dei divorzi a livello nazionale (1,4%), sia ad una flessione globale delle separazioni nell’Italia del Centro Nord (-1%). 

Uno sguardo alle statistiche europee mostra come, tra il 2003 ed il 2013, i divorzi siano altrettanto diminuiti in paesi europei come la Danimarca, il Regno Unito, la Germania, la Francia. Se tra i fattori che certamente hanno introdotto un freno nelle dinamiche di separazione può essere menzionata anche la crisi economica, non c’è dubbio che si sia dinanzi anche ad una crescita di consapevole realismo che porta a valutare con attenzione i costi emotivi e affettivi di una rottura, i suoi riflessi sui figli e sul proprio percorso di vita. 

In pratica la separazione e il divorzio, anche quando sono concretamente sostenibili sul piano economico, non di meno e prima ancora di manifestare la riapertura di nuove possibilità di esistenza, segnalano la fine di un progetto di vita e di una speranza di realizzazione. Questa fine ha il suo lato doloroso che non può essere occultato e che emerge con sempre maggiore evidenza.

Siamo ben lontani dalle euforie degli anni settanta, dove la possibilità di divorziare sembrava restituire libertà e autonomia a soggettività represse, in cerca di un’emancipazione che passava, in primo luogo, per uno scioglimento dei vincoli coniugali. Al posto delle opportunità da incrementare, sembrano oggi emergere i legami da recuperare e gli ancoraggi da individuare. Separazioni e divorzi si rivelano come un’esperienza difficile e dolorosa, una scelta plausibile solo quando qualsiasi recupero appare impossibile. Non è un caso se le separazioni che intervengono dal venticinquesimo anno di matrimonio in poi si sono triplicate. Solo quando un ciclo di vita appare concluso uno scioglimento del vincolo appare concretamente realizzabile e la frattura sembra produrre un dolore sostenibile. 

Ma anche questo riconoscimento realistico è difficile da realizzarsi. Per decenni la percezione di vivere in una società dove le opportunità in tutti i campi sembravano moltiplicarsi ed i costi di accesso a ciascuna di queste apparivano in costante diminuzione, il problema delle scelte non si è mai presentato in modo drammatico. Il procedere per tentativi ed errori ci è apparso come del tutto ragionevole: tanto nella scelta della facoltà universitaria quanto in quella di un posto di lavoro, di un luogo di residenza, di un’appartenenza associativa. Comprimere i costi di una scelta diversa, di un cambiamento nel proprio percorso professionale, di un trasferimento dal proprio luogo di residenza, di uno svincolo dai propri legami associativi e affettivi, è sembrata per anni la regola aurea per vivere nella nostra modernità avanzata.

La scoperta delle fratture, delle perdite e delle sconfitte che sussistono comunque, la consapevolezza dei costi non economici, bensì affettivi e relazionali, che ogni rottura, ogni mutamento comporta, trasforma completamente lo scenario delle nostre strategie. Ogni separazione costa, ogni rottura genera dolore. Non è moltiplicando le opportunità e transitando dall’una all’altra di queste, a costi che immaginiamo vicini a zero, che possiamo sperare di attraversare la nostra esistenza. Dietro l’arresto dell’espansione, fino a ieri costante, di separazioni e divorzi, dietro la stagnazione delle cifre, oramai attestate intorno a quote fisiologiche, opera proprio questo tipo di consapevolezza. 

Ci si comincia allora a guardare con maggiore attenzione, almeno tra quanti sono in grado di farlo. Per gli altri si produce invece e più banalmente la “fuga dalle responsabilità”, il disconoscimento di vocazioni e promesse, la ricerca dell’attimo fuggente da vivere in quanto tale, immemori e provvisoriamente felici, senza scegliere mai nulla. In realtà se si ammette che la vita abbia un senso e non sia decisa dalle circostanze, allora anche le scelte che compiamo sono parte di un percorso che ha la sua strada, o se si preferisce “il suo destino”. 

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