Accorgersi di essere

- Primo Soldi

La parabola del seminatore che ascolteremo domenica è fra le più suggestive del Vangelo: il Seme del Vangelo, scrive PRIMO SOLDI, è più forte di tutte le resistenze che incontra

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco (Uffizi, 1603) (Immagine dal web)

Estate, tempo propizio per la lettura. Sotto gli antichi e maestosi faggi, querce, pini che formano la più bella corona che Dio ha posto intorno al Santuario di Oropa, in provincia di Biella, le parole entrano nel cuore, quasi scavando un di più di consapevolezza, un passo di maturità e strappano la presunzione del già saputo e quindi ignorato. “Leggete molto, ma non il Verbo di Dio. Costruite molto ma non la Casa di Dio” ( Eliot). 

Il già saputo, l’ignorato Verbo di Dio è Cristo. È questa presunzione che impedisce al Seme del Vangelo di attecchire, di far diventare adulto e persona matura il bambino battezzato che è in ciascuno di noi. È più facile lamentarsi, denunciare le congiure che dall’esterno attaccano la Chiesa, ma il tarlo che mina la consistenza della fede è più forte all’interno: è lì la resistenza che ognuno di noi pone alla Parola di Dio. “La Chiesa deve edificare di continuo, perché è continuamente minata dall’interno e attaccata dall’esterno”.

La Parabola del seminatore che domenica ascolteremo in tutte le Chiese del mondo è fra le più suggestive del Vangelo, perché con immagini semplici viene rappresentata la fatica che Cristo compie ovunque, anche attraverso i suoi testimoni, nel gettare a piene mani la sua Parola nel cuore degli uomini. E la grazia di questa semina si serve di tutti, dal Papa al più umile prete che domenica celebra, se può, la Santa Messa a Gaza, ma trova corrispondenze diverse a seconda di come si pone di fronte a questa grazia la nostra libertà.

Il seme attecchisce, la fede diventa così cultura, opera, civiltà nella terra buona di chi ascolta la parola e la comprende: questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta. Per crescere, all’inizio, il seme va sottoterra e sembra che muoia perché deve sopportare il rigore dell’inverno, essere coperto dal manto della neve, stare nascosto, morire. Poi giunge il momento in cui germoglia; il filo verde tenero si fa spiga e offre semi maturi. Qui ad Oropa nel pomeriggio alterno la lettura della Vita di don Giussani al romanzo di Louis De Wohl, La gloriosa follia, un romanzo del tempo di San Paolo (Bur). Sono pagine che scavano, che illuminano la coscienza come solo le vite dei Santi, degli uomini di Dio possono fare, perché il loro cuore è la terra buona che ha lasciato lavorare Dio, che ha indirizzato la propria libertà verso un’accoglienza gratuita, entusiasta, generosa della Grazia, senza rinunciare ad alcuna fatica. Paolo, il grande persecutore, diventa il più grande apostolo delle genti, stupendo tutti, dapprima lo stesso Pietro. Non gli pareva vero che Gesù avesse scelto tra gli apostoli il loro più grande nemico. Paolo affronta i suoi ex compagni del Sinedrio, i tribunali, predica nelle Sinagoghe dove la gente schiuma di bile contro di Lui, penetra nel mondo pagano. 

Così don Giussani assorbe tutto ciò che viene seminato nella sua intelligenza e nel suo cuore dalla sua famiglia, dagli educatori del più famoso seminario d’Italia (Venegono) e diventa a sua volta infaticabile seminatore per migliaia e migliaia di giovani, le cui esigenze elementari erano soffocate tra le spine e sepolte tra i sassi della cultura del mondo. E’ questa la dimostrazione che il Seme del Vangelo attraverso un’interminabile serie di uomini, in tutti i tempi, è più forte delle resistenze che incontra. Ogni seminatore genera altri seminatori.

Di questa ora è la notizia che l’industriale milanese Marcello Candia è riconosciuto venerabile, uomo che ha vissuto in grado eroico la fede, la speranza e la carità, l’uomo che, accompagnato da mons. Aristide Pirovano del Pime e da don Giussani, negli anni 60 lascia la sua impresa per costruire un ospedale a Macapà vicino al Rio delle Amazzoni in Brasile. Vivere per l’universo, per l’umanità intera. Chi lavora senza questo ideale non è un cristiano vero. La missione di gettare il seme della parola di Dio in terre lontane, tra i più poveri, è una delle dimensioni costitutive della vita del cristiano. Tra i primi ragazzi che seguiranno don Giussani in questa avventura di gratuità c’era Franca Ferrari che, dopo il Brasile, vivrà per quarantanni la missione in un quartiere popolare alla periferia di Torino come suora di carità dell’Assunzione fino al termine della sua vita nel giugno 2014.

Ma la libertà può anche rinchiudersi davanti alle difficoltà, alla fatica che tante volte richiede la testimonianza della fede, davanti ad un cammino che ci fa paura. Le origini del cristianesimo in Europa sono radici seccate a causa di una Chiesa che si è pian piano autoemarginata dalla società, che ha perso credibilità a causa di una mondanità spirituale. Eppure questa semina continua, non per merito nostro, ma per Colui che nella semina ci precede sempre e ovunque. Quale responsabilità ha il sacerdote che domenica sale sul pulpito e commenta questa parabola già commentata da Gesù stesso. Non dimentichiamo le pagine che Papa Francesco nella Evangelii Gaudium dedica a questa impresa che si chiama la nuova evangelizzazione e allo strumento fragile, di cui pure Dio si serve ogni domenica per gettare questo seme: l’omelia che, secondo le parole del Papa nella stessa Esortazione citata, deve essere breve e riscaldare il cuore (n.135 ss).

Guardo questi faggi, queste enormi querce, e mi chiedo cos’erano tanti anni fa. Ce lo ricordava sempre don Giussani: un piccolo, invisibile seme. E da questa piccola speranza che la fede rinasce e può sempre rinascere nel cuore di tutti. Anche un cuore duro come la pietra, soffocato dalle preoccupazioni del mondo e dall’inganno della ricchezza se ascolta la Parola di Dio nell’umiltà e nel silenzio si può risvegliare e si accorge di essere.

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