Questa non è la nostra strada

- Fernando De Haro

FERNANDO DE HARO commenta la situazione in mediorientale con le parole dell’abuna di Imbaba, che riguardo la violenza e la vendetta ha detto ai suoi fedeli: “Questa non è la nostra strada”

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Imbaba è uno dei quartieri più poveri del Cairo. Si tratta di un insediamento in gran parte informale, in cui l’Islam radicale ha guadagnato terreno. Pochi mesi fa un gruppo di cristiani si trovava davanti alla porta di una chiesa, la parrocchia di Santa Maria e di San Michele Arcangelo, in attesa di celebrare un matrimonio. Due islamisti si sono avvicinati in moto e quello che sedeva dietro ha estratto una pistola e ha fatto fuoco. Il risultato è stato di quattro persone morte, tra cui due bambine di 8 e 10 anni. Il parroco è arrivato pochi minuti dopo sul luogo del crimine e molti dei famigliari stavano preparando una rappresaglia. Ma l’abuna, così come viene chiamato in arabo il prete, li ha convinti ad abbandonare i loro propositi. “Questa non è la nostra strada”, ha detto.

“Questa non è la nostra strada”, quella della violenza, della vendetta. Si tratta di una frase che, purtroppo, si sente meno spesso in Medio Oriente, perché ogni volta ci sono meno cristiani. Niente sarebbe stato meglio per i Fratelli musulmani che attaccare il Governo di Al Sisi insieme a una milizia cristiana che avesse impugnato le armi. Ma i cristiani non solo non hanno risposto, ma sono stati gli unici che hanno alzato la voce per chiedere che non vengano condannati a morte i terroristi.

“Basta guerre!”, ha detto il Papa domenica, per chiedere lo stop alle ostilità tra Israele e la Striscia di Gaza. Le due parti sanno bene che nessuno vincerà questa guerra in cui ci sono già più di cento vittime, perlopiù civili.

Hamas lotta per cercare di superare l’isolamento e la debolezza di cui soffre da qualche tempo. Lo scenario della zona è cambiato completamente: l’arrivo di Al Sisi al potere in Egitto implica la mancanza di alleati al di là del Mar Rosso; nemmeno si può contare sulla Siria o sull’Iran. Gli sciiti si sono avvicinati agli Stati Uniti ed è rimasto solo l’appoggio di alcuni emirati, ma questo non basta. Per questo qualche mese fa è arrivato un accordo con l’Olp. E per questo ora Hamas è tornata a utilizzare i civili della Striscia di Gaza e lancia missili contro Israele: perché sa che la risposta sarà dura e ci saranno tante vittime tra donne e bambini che riempiranno i tg di tutto il mondo. Questo è un utilizzo inaccettabile della vita umana con fini politici da parte di un’ideologia che strumentalizza il senso religioso del vero Islam.

Netanyahu sa da tempo che non vincerà le battaglie contro Hamas, così come non si sono potute vincere le guerre in Afghanistan e in Iraq: la reazione violenta del più forte non fa altro che alimentare il successo delle menzogne degli islamisti che hanno come ostaggi, e in alcuni casi come complici, i cittadini comuni.

Di fatto, il Premier israeliano, nonostante la sua retorica infuocata, aveva bene in mente il disastro cui ha portato l’invasione del sud del Libano di alcuni anni fa. Poi però ha ceduto alle provocazioni della destra più estrema, quella di Liberman. Ha sbagliato a cedere all’argomentazione secondo cui l’unico Stato realmente democratico della zona deve difendere i suoi cittadini dagli attacchi esterni. Certo che deve farlo, ma in modo intelligente! E il blocco della Striscia e l’uso diretto della forza non lo è. Occorre indebolire Hamas, non rafforzarla.

Per Israele è solamente un problema di politica estera o di strategia militare. L’affermazione del valore infinito di ogni persona, proprio della cultura giudaica e fondamento dello Stato democratico di Israele, alla fine non è sostenibile sul terreno pratico se la relazione con l’altro, compreso il nemico, non va oltre la legge del taglione. Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza alcuna forma di perdono.

Quando l’abuna di Imbaba ha detto ai suoi fedeli che la violenza non era la strada, non stava dando solo un consiglio particolare a quelli che avevano perso i propri cari, ma stava dando un giudizio storico. Come un giudizio storico è stato il martirio di Tibhirine, al Monastero di Notre Dame dell’Atlante. Ora anche i musulmani si recano in pellegrinaggio, insieme ai cristiani, in quel luogo dove sette monaci persero la vita.

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