Prigionieri dell’utopia

In America da settembre partirà un nuovo reality della Fox. Ma l'”Utopia” del programma (questo il titolo) fraintende anche ciò che c’è di vero nelle vecchie utopie. SALVATORE ABBRUZZESE

24.07.2014 - Salvatore Abbruzzese
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I reality si fondano su di un grossolano fraintendimento. Ritengono che la verità alberghi nella vita privata, si colga nei lapsus, emerga nei corridoi e nei retrobottega; in quelli che adesso, nell’ultima trovata del gergo di turno, si chiamano back-stage. In quest’ottica sarebbe la vita privata (quotidiana) a dire la verità su chi realmente siamo, mentre tutto il resto è semplicemente una serie di immagini di copertura, attraverso le quali mentiamo agli altri e a noi stessi. Da qui l’idea, strettamente questurina e propria dei peggiori regimi, che siano le conversazioni private a dire il vero, a dare la cifra dei nostri reali convincimenti. Più sono private e più sono vere, più sono carpite, magari anche a nostra insaputa, più dicono ciò che realmente siamo e, soprattutto, ciò che realmente pensiamo. Come se ciò che veramente siamo emergesse nella vita privata e non in quella pubblica, dove siamo chiamati a dare il meglio di noi stessi.

In realtà, in fondo ai corridoi e nei back-stage, non troviamo nulla. Nel privato che più privato non si può, c’è semplicemente il vuoto ed il silenzio. Per il semplice fatto che noi non siamo né esistiamo senza gli altri con i quali ci troviamo in relazione. Per alcuni di questi ci getteremmo tra le fiamme, per altri faremmo dei sacrifici nel nostro tempo libero, per tutti vorremmo essere “presentabili”, cioè al meglio di noi stessi. E più le situazioni sono ufficiali, più si esce dai corridoi, più si è chiamati in causa “ufficialmente” e più si cerca di essere attenti, vigili, riflessivi, si cerca di fare attenzione. Il meglio di noi emerge quando siamo chiamati, con il nostro piccolo grande carico di responsabilità, ad essere presenti ed operanti: la vita è dinanzi agli altri, di fronte ai nostri impegni pubblici, il resto è la fatica del prepararsi.

Ma tutto questo il mondo dei reality lo ignora e si procede invece nella direzione opposta: quella che segnala il pubblico come il regno della finzione e il privato come il luogo della verità, con tutto il suo corteo di banalità e di sproloqui.

A questo luogo comune se ne sta aggiungendo un altro: quello della società come prodotto emergente, che nasce sotto il peso dello stato di necessità. A questa contribuiscono uomini e donne che si ritrovano nella stessa area a condividere lo stesso percorso.

L’ultima idea della Fox si chiama appunto “Utopia” e andrà in onda in America dal 7 settembre. L’idea è di mettere insieme le persone in una zona isolata per un anno, per costruire una “nuova città”, cioè un nuovo progetto di vita sociale, un’utopia appunto. L’idea sta nel mettere insieme personaggi che nella vita difficilmente si sarebbero incontrati. Tra questi – ma sono solo alcuni – l’antropologa, il galeotto, il cristiano devoto, una studentessa liberal che ha studiato le piante officinali.

Al contrario delle utopie vere, questa non prevede un “libro comune”, cioè dei valori condivisi, ma − al contrario − come dichiara il realizzatore, vede il primato delle provenienze diverse, cioè dei diversi punti di vista che più diversi non si può: “Speriamo di vedere qualcosa di diverso, grazie a persone di diversa provenienza che collaborano tra loro”, come a dire: mettiamoli insieme e ne vedremo delle belle! C’è qui qualcosa di intimamente perverso e di sociologicamente sciocco.

Come spiegare che non c’è mai stata un’utopia che non nascesse da una presenza di valori condivisi e di sentire comune, da un universo unitario di principi, spesso percepito in modo radicale e puritano? Come spiegare che le utopie sono nate da gruppi gonfi di sentimenti – come quello dei Pilgrim Fathers dal quale sono nati gli Stati Uniti – animati da una fede radicale in una Verità che per loro non aveva zone d’ombra ed era da tutti profondamente condivisa?

Le società degli uomini non hanno nulla di naturale, né di spontaneo, ma sono un prodotto culturale. Tanto è vero che occorrono, a noi oggi, oltre due decenni per imparare a starci dentro in un modo che sia arricchente per noi e per gli altri. Ed ogni cultura non è solo una lingua ed una cucina, è anche una gerarchia di valori, di modelli e di stili di vita, una cultura, un’identità ed una memoria. Dietro “Utopia” della Fox c’è la vecchia concezione moderna in base alla quale le società sono prodotti naturali e, se governate secondo ragione e buon senso, non possono non approdare al bene ed è questa la vera utopia che non ci decidiamo mai a mettere da parte.

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