È possibile oggi la gratuità?

- Javier Prades

JAVIER PRADES riflette su una caratteristica dell’uomo contemporaneo, il rifiuto a riconoscere o accettare la gratuità. Da dove arriva e come si manifesta questa mentalità?

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Giovanni Paolo II con Madre Teresa di Calcutta (Infophoto)

Non di rado si respinge una concezione della vita basata su una gratuità primordiale e che si esprime in una gratuità quotidiana. Si deve almeno a due obiezioni che si sono fatte strada in occidente e che oggi sembrano mentalità comune. 

La prima obiezione è molto evidente e proviene dall’esperienza del male. La sofferenza, il dolore e la morte accompagnano da sempre l’umanità e la vita di ogni persona; tuttavia, il XX secolo li ha conosciuti in una misura, inimmaginabile prima, che spaventa al di là di qualsiasi parola. Un male così diffuso e profondo porta molti contemporanei a negare l’ipotesi di un’origine buona e gratuita della vita, del suo essere dono ricevuto senza meritarlo, tale cioè da suscitare gratitudine. 

La conseguenza sarebbe l’impossibilità di giustificare in modo ragionevole un atto realmente gratuito, amorevole, di puro dono all’altro, nella vita di tutti i giorni. Quanto ai nostri occhi appare come comportamento disinteressato, avrebbe invece altre cause occulte, quali egoismo, volontà di potere, di dominio etc., che apparirebbero evidenti dopo opportune indagini (neurobiologia, psicoanalisi, psicologia sociale, ecc.). 

L’altra obiezione si basa sulla tesi secondo la quale nulla sarebbe di fatto gratuito perché tutto ci è dovuto. Alla fine di un lungo processo filosofico, giuridico e teologico si arrivò a negare la gratuità come dimensione necessaria per la vita umana, personale e sociale. Noi uomini non saremmo – né potremmo essere in alcun modo – beneficiari di doni o favori non elargiti a fronte di meriti acquisiti. La nostra stessa vita con le sue caratteristiche peculiari (ragione, libertà, corporeità, dominio della natura, gioia, piacere etc.) non avrebbe carattere di dono ricevuto gratuitamente, ma di stretta proprietà di ciascuno, con i suoi diritti, come prerogative inalienabili che non proverrebbero da altri (da Altro), delle quali non bisognerebbe rendere conto a nessuno. 

Curiosamente, secondo questa mentalità – che normalmente va di pari passo con il rifiuto di un Donatore assoluto – si potrebbe prendere in considerazione l’esistenza di Dio allo scopo esclusivo di poter scaricare su di Lui le richieste adirate che le altre istanze (famiglia, società, stato, chiesa) non sono state più in grado di rispondere. Con imparagonabile ironia l’aveva espresso Samuel Beckett: “Dieu, il n’existe pas, le salaud!”.

È possibile quindi vivere e pensare la gratuità in questo nostro mondo? Paradossalmente, anche se teorizza il contrario, l’uomo non riesce a concepire un mondo senza gratuità in senso assoluto, e ancora meno a viverlo. Per uscire dal paradosso e riavviare il dinamismo della ragione di fronte al male, il primo passo è mostrare che la gratuità è possibile perché è reale, esiste di fatto. Esistono e sono esistiti gli uomini e le donne che nella storia hanno testimoniato ostinatamente la misteriosa possibilità di affermare che la realtà è positiva e che la vita può essere abbracciata amorosamente, anche nelle circostanze dove tutto concorrerebbe a far tacere tale voce. 

Fra i tanti uomini che ci hanno testimoniato la gratuità segnalo, quale esempio, un sopravvissuto dei campi di concentramento, il premio Nobel ungherese Imre Kertész, che, perfino nella mostruosità delle situazioni vissute, ha preferito affermare la vita invece che la morte: «È facile morire, la vita è sempre un grande campo di concentramento […] Qui appresi che la ribellione è rimanere con la vita. La grande disobbedienza è vivere la nostra vita fino alla fine ed è anche la grande modestia […]». Da che cosa è stato mosso ad affermare la vita come ribellione davanti al male? Aveva annotato in un suo quaderno: «Ieri notte, mentre ascoltavo il quartetto op. 127 (secondo movimento), richiamò la mia attenzione un sentimento che brilla per la sua assenza nell’arte attuale. Che sentimento è? Se dovessi dargli un nome, lo chiamerei così: gratitudine». 

Da questa e da altre esperienze simili possiamo identificare i luoghi, le persone, dove testardamente continua a brillare questa inspiegabile – eppure ragionevole – affermazione della vita come un bene, che suscita gratitudine. In queste esperienze concrete gli uomini grati di vivere custodiscono per loro e per gli altri amici uomini il bene di una positività irriducibile. Serve incontrare queste opere, le persone che già vivono il gratuito per mettere in moto il processo che arriva a rendere ragione soddisfacente della gratuità come legge dell’esistenza: la gratuità dell’amore fra uomo e donna, fra genitori e figli, fra compagni di lavoro, nella vita sociale e politica, nei confronti di chi, appunto, non può retribuire nulla perché talmente povero da non avere nulla. Sarà compito degli uomini che già conoscono la gratuità documentare e fondare questi percorsi, reali e possibili nel nostro mondo colpito dal male e dall’autosuficienza. Soprattutto, indicare i luoghi e le modalità del perdono e della riconciliazione, così come Dio soltanto può elargire.

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