La febbre dei selfie

Le statistiche al riguardo non lasciano dubbi, i selfie sono diventati una vera e propria mania e invadono la rete. Cosa c’è dietro? Prova a rispondere FERNANDO DE HARO

16.09.2014 - Fernando De Haro
Dwyer_selfie
Il selfie di Dom Dwyer con i suoi tifosi

Si tratta di una vera e propria mania. Le statistiche parlano chiaro: i selfie invadono la rete. I dati di alcuni mesi fa dicono che su Instagram ci sono tre milioni di foto identificate con la parola “io”, 187 milioni con “me” e 73 milioni con “selfie”. Più del 90% di queste immagini arriva da adolescenti americani che si sono scattati una foto e l’hanno caricata in rete. Il fatto è che nella maggioranza dei casi i ritratti non sono belli: in pochi posano con naturalezza, la vicinanza dell’obiettivo deforma i tratti del viso, l’illuminazione è disastrosa e non è raro che venga fotografato anche il braccio che tiene il telefono. Risultato: spesso è difficile riconoscere il protagonista dello scatto.

In buona sostanza, il prodotto finale ha poco a che fare con l’arte della fotografia: perché allora c’è questa mania? Alcune settimane fa uno studio curioso dal titolo “The shooting of the difficulties and loneliness” della Wageningen University giungeva alla conclusione che in realtà il selfie è una richiesta di coloro che vogliono avere relazioni sessuali. Potrebbe anche essere, ma la scarsità del campione utilizzato per lo studio e l’influenza di una psichiatria che continua a essere freudiana forse ha inciso sul risultato.

L’interpretazione di questo fenomeno potrebbe essere in realtà più semplice: i nativi digitali non hanno più quell’imbarazzo che in altri tempi provocava la paura di apparire come un narcisista. Carole Lieberman, uno degli psichiatri più famosi di New York, sostiene che i selfie sono un segnale della nostra ossessione di diventare delle star. “Gli autoscatti sono un grido: guardatemi!”, spiega questo specialista.

Patologia individualista o espressione disinibita dell’umanissima necessità di essere guardati? La cultura popolare postmoderna, con i suoi eccessi, ha il vantaggio di mostra chiaramente ciò che in altri momenti veniva occultato da un eccesso di sufficienza. L’autoritratto costituisce un fenomeno tipico della modernità: fino al Rinascimento era un’eccezione. Ma l’artista moderno, così come l’operaio, la prostituta o il santo moderni, sono affascinati dalla propria soggettività. Il nuovo spettatore ha bisogno di essere il protagonista dell’opera, come della vita.

Fin dall’inizio, questo bisogno da soddisfare ha seguito due strade diverse. Alcuni interpretarono il proprio ritratto in chiave razionalista: il volto che appare sulla tela – o sullo schermo – è autosufficiente, nel proprio io tutto inizio e tutto finisce. Da qui si arriva a Hegel, a Marx e ai totalitarismi. Altri, come Pascal, nel guardarsi allo specchio riconoscono un’eco: il fatto stesso che esistano queste caratteristiche irripetibili, con gli occhi desiderosi di vedere sempre più, è il segno di un’insufficienza. Il soggetto ritratto, nei momenti di lucidità, riconosce di esistere perché è guardato e nei momenti di difficoltà chiede di essere osservato. Guardare ed esistere coincidono.

Non sembra che in questo periodo la sensibilità degli autosufficienti costituisca la maggioranza. L’ottimismo ingenuo con cui è iniziato il secolo seguente alla caduta del Muro di Berlino è scomparso. Quel positivismo ha fatto il suo tempo. Dopo la caduta delle Torri gemelle, la lotta al terrorismo internazionale, il crac di Lehman Brothers, la doppia recessione, solo pochi intellettuali superbi continuano a dire che la soluzione sta nello Stato, nel mercato o in qualche altra ideologia; l’uomo della strada si sente soffocare da queste celle razionaliste.

Questo di per sé non garantisce un’apertura, ma molti riconoscono che un grido silenzioso e drammatico – guardami – ci aiuta a trascinarci fuori dal letto. Forse tutti i selfie di Instragram non sono altro che una sinfonia composta da questo clamore che attraversa il mondo.

Il Vangelo secondo Giovanni comincia con uno sguardo e finisce con un altro. Il primo è quello che lo stesso Giovanni, insieme al suo amico Andrea, sentirono su di sé dopo aver chiesto a Gesù dove viveva: andarono con Lui e rimasero stupiti per come parlava e per come li guardava. L’ultimo è quello di quegli occhi che chiesero a Pietro – con la tenerezza più grande che ci sia mai stata nella storia – mi ami? Cosa si poteva rispondere di fronte a quelle pupille? Cosa si poteva rispondere quando avevano guardato la terra, gli animali, le persone che avevano fame, i potenti, le vedove, le prostitute, i lebbrosi e – cosa ancora più importante – te stesso come mai nessun altro aveva fatto prima?

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