Quel piccolo segno di croce

- Pierluigi Colognesi

A Milano una bambina di origini asiatiche passa davanti a una chiesa e si fa un gran segno di croce. Anche in questo modo, attraverso questi gesti, Cristo ci parla. PIGI COLOGNESI

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(InfoPhoto)

Nel quartiere milanese dove abito vive un gran numero di extracomunitari; le rilevazioni demografiche (per quanto siano attendibili in questa materia) parlano di cinquanta per cento e oltre dei residenti. Per me è semplice rendermi conto del dato. Basta che mi metta a girovagare un po’ per le vie della zona. I kebab, ovviamente, sono turchi o di qualche nazionalità di quelle parti. Sono altrettanto ovviamente stranieri i negozietti che vendono generi alimentari esotici di cui non avevo mai sentito parlare. Fa un po’ più impressione constatare che molte pizzerie sono egiziane e che anche la tabaccheria della piazza centrale del rione è passata da mani italiane a mani cinesi. I quali cinesi gestiscono pure un sacco di bar e numerosi negozietti di elettronica (anche dei localini di “massaggi” che non si sa bene se siano proprio tali). Alla fermata dell’autobus – nella piazza, di fronte al bar passato ai cinesi – il miscuglio delle nazionalità è sempre molto evidente: i brasiliani, i pakistani, gli africani del nord o quelli, nerissimi, del centro, i latinos di svariate nazionalità e tanti altri di cui non si saprebbe identificare esattamente la provenienza.

Tutto ciò, devo dire, non mi ha mai fatto nessun problema, ma mi ha spesso suscitato una domanda. Domanda che è riemersa chiara qualche sera fa. Tornando a casa dal lavoro, sono passato davanti ad un Istituto Tecnico che mette a disposizione i suoi locali per corsi serali di italiano per stranieri. All’ingresso si assiepavano gli “scolari” in attesa dell’inizio delle lezioni. Ho visto l’esile biondina (ucraina? moldava?) che mostrava il suo quaderno di appunti a un corpulento nero (impossibile per me ipotizzarne la nazionalità); di fianco parlottavano faticosamente una signora con velo e sottana fino ai piedi (siriana? algerina?) e un paio di coetanee cinesi; più in là un nordafricano e un indiano (o pakistano? o cingalese?) si mostravano il display dei rispettivi telefonini. È tornata la domanda: chi dirà a tutti costoro una sola parola su Cristo?

Il mattino seguente. L’autobus che mi porta in ufficio sta scendendo dal cavalcavia sopra lo scalo ferroviario. Sono in piedi attaccato agli «appositi sostegni»; siede vicino a me una giovane mamma (cinese? coreana?) con in braccio una bambina di tre o quattro anni. È una bella giornata e, a sinistra, si vede perfettamente disegnato sul cielo azzurrissimo lo skyline dei grattacieli appena costruiti. Ad un certo punto la bambina indica alla mamma qualcosa che la interessa. Penso che voglia richiamare l’attenzione proprio su quegli alti palazzi luccicanti al sole mattutino. Invece no: ha visto una chiesa che sta proprio lì, affiancata al cavalcavia, e lo segnala alla mamma. Che sorride e le fa un cenno di assenso. Allora la piccola, tutta seria e compunta, si fa un gran segno di croce.

Chi parlerà loro di Cristo? Non lo so; è certo un compito anche mio. Per intanto sono colpito che sia Lui stesso che parla a me col grande gesto di una piccola bambina arrivata dall’altra parte del mondo.

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