La solitudine che uccide (in casa)

- Salvatore Abbruzzese

Sempre più frequentemente la cronaca ci mette davanti casi di violenze, omicidi, tra coppie che vivono insieme da tempo o tra giovanissimi fidanzati. SALVATORE ABBRUZZESE

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Immagine di archivio

La ricorrenza con la quale si ripetono i fenomeni di aggressione tra coniugi o conviventi, così come il reiterarsi di atti di violenza estrema tra le coppie di giovani adolescenti non può non imporci una puntuale riflessione. 

Se le recenti vicende di cronaca non costituiscono un fatto inedito, tuttavia, da qualche anno, le notizie di atti di violenza gratuita e insensata all’interno delle coppie, quasi sempre culminanti con l’uccisione della componente femminile o con quella dei figli e il successivo suicidio dell’omicida, ci giungono con frequenza crescente. Ogni tragedia è sempre unica e quindi non può non ferirci, farci del male, offendere la nostra coscienza. Il male fatto agli altri ferisce e fa soffrire: l’indifferenza non è una virtù e interrogarci è la prima reazione umanamente accettabile.

Va allora detto che, se esiste una logica di possesso che innesca ed alimenta comportamenti violenti fino a scatenare volontà assassine, c’è anche da chiedersi perché solo oggi, cioè negli ultimi tre/quattro anni, dopo decenni di trasformazioni sociali e di costume, si arrivano a registrare episodi umanamente insostenibili di violenza domestica. 

Perché un abbandono coniugale o la fine di una convivenza generano, oggi, una violenza omicida ancora assente negli anni settanta e ottanta? Perché l’interruzione di una relazione tra due adolescenti genera in modo sempre meno raro comportamenti assassini, impensabili nella cultura e nella società italiana dei decenni precedenti? Perché oggi si uccidono i figli che si risparmiavano ieri?

Se non è possibile elencare le motivazioni che presiedono a simili derive della ragione – motivazioni che, spesso, sono di ordine psichico individuale più che socio-culturale – si può invece indicare lo scenario societario nel quale queste derive si producono. È possibile definire cioè il contesto delle rappresentazioni della realtà e le percezioni del mondo e della vita che, se non sono responsabili del gesto criminale (le responsabilità sono sempre di chi concretamente aggredisce o uccide) tuttavia non solo non impediscono quest’ultimo ma finiscono addirittura con il costituirne le premesse ambientali. 

Lo scenario in questione è quello strutturato da un individualismo dominante che alimenta e rinforza le personalità di tipo narcisistico. Per queste soggettività qualunque abbandono, qualunque negazione della relazione affettiva, costituiscono un’esperienza insopportabile, nella quale il desiderio dell’altro di recuperare la propria libertà si presenta ai loro occhi come un crimine assoluto. Che si reagisca all’abbandono dell’altro (vero o presunto) in modo diretto, attraverso l’aggressione o l’assassinio, o indiretto, sopprimendo se stessi insieme agli eventuali figli, non cambia la dinamica di base. Tanto il primo quanto il secondo comportamento sono spesso modalità parallele di punire la/il responsabile dell’abbandono.

Di fatto un simile atteggiamento non si realizza che a partire da un incontro mai realmente avvenuto. L’altro, concepito come semplice completamento del proprio sé e puro perfezionamento della propria esistenza, non è percepito nella sua identità propria, nella sua radicale alterità e nella dimensione non aggirabile della sua presenza. L’altro, inteso come supporto al proprio io, costituisce solo la base funzionale sulla quale consolidare il proprio modello di vita e la propria personale dimensione dell’esistenza. Nell’universo narcisistico non c’è spazio per l’altro, né tanto meno per una comunità di “altri” dove ciascuno ha la sua ricchezza e le sue qualità.

Ma soprattutto per la personalità narcisistica non c’è l’esigenza di nessuna reale “compagnia”: una tale esigenza è semplicemente rimossa. All’opposto di chi interpella il mondo e l’infinito, agli antipodi di chi si interroga sul senso dell’esistenza, il profilo narcisista questo senso lo conosce già, ed è quello costituito dalla sua stessa persona. Tutto il resto non è che secondario: compreso l’altro che deve solo stare al suo posto e rendersi funzionale. A partire da questa negazione del problema principale dell’esistenza e della sua sostituzione con il primato della propria stessa persona, ogni deriva è possibile. Dopo aver liquidato il senso delle domande originarie – il senso religioso – sono gli altri a scomparire nella loro capacità di libertà. Ridotti a semplici comprimari funzionali, questi sono da legare a sé, comunque. Qualsiasi loro gesto di libertà non può essere che nettamente sanzionato, fino al sopprimerne l’esistenza quando vogliono andare via, lasciandoci soli.

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