Eliot e la luce (dimenticata)

- Pierluigi Colognesi

Nel dichiarare il 2015 “anno della luce”, le Nazioni Unite si dimenticano del suo significato religioso e spirituale. Meglio: lo usano, ma non ne parlano. PIGI COLOGNESI

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Le Nazioni Unite hanno proclamato questo 2015 «Anno della luce». La formula suona abbastanza strana e ci si chiede cosa possa esattamente significare dedicare attenzione, finanziamenti, convegni progetti e chi più ne ha più ne metta ad una cosa così ovvia e al contempo sfuggente come la luce. In realtà l’iniziativa ha obiettivi molto operativi, che vanno dall’incremento delle ricerche sull’applicazione in medicina di tecnologie basate sulla luce (i laser ad esempio) a quelle sul risparmio del consumo energetico per l’illuminazione, dal contenimento dell’inquinamento luminoso agli studi sulle radiazioni cosmiche.

Nel documento programmatico c’è anche un settore che riguarda la cultura; vi si trova una interessante osservazione di carattere antropologico: la luce è un «simbolo unificante» per l’umanità; lo dimostra il fatto che ogni uomo, a qualsiasi cultura appartenga, prova stupore di fronte agli spettacoli naturali ove la luce ha gran parte – alba, tramonto, arcobaleno – e gratitudine per il semplice fatto che oggi il sole è sorto un’altra volta e quindi la vita – che senza la luce non potrebbe prodursi – va avanti.

Il documento ONU non vi fa nessun accenno, ma questo «simbolo unificante» non è nient’altro che una chiara immagine della dimensione religiosa dell’uomo. Non per nulla molte religioni hanno adorato il sole, portentosa sorgente di quello stranissimo e indispensabile fenomeno per cui noi vediamo noi stessi, le persone e le cose attorno a noi e quindi siamo in grado di stabilire con tutto ciò i necessari rapporti. Lo stesso cristianesimo usa spessissimo il termine «luce» per indicare la misteriosa e benefica potenza di Dio e soprattutto – come ci ha mostrato con insistenza la liturgia del tempo natalizio – di Dio diventato uomo. San Giovanni nella sua prima lettera scriveva: «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre».

La storia della spiritualità cristiana è ricchissima di questa equivalenza tra Dio e luce e descrive spesso il cammino terreno dell’uomo toccato dalla grazia come un viaggio dalle tenebre alla luce (Dante che passa dalla «selva oscura» alla «luce intellettual piena d’amore») e magari qualcuno in quest’anno vi dedicherà degli studi. Cito solo il decimo e ultimo dei Cori da «La Rocca» di Thomas Stearns Eliot, dando così un piccolo contributo alle magre celebrazioni che si sono fatte – lo scorso 4 gennaio – in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte.

Com’è noto l’opera è stata scritta per la consacrazione di una chiesa nei sobborghi di Londra ed è una lucida presa d’atto della novità del cristianesimo e della lotta che nella storia esso deve sostenere per mantenerla. 

 I cristiani sanno che la chiesetta appena consacrata è una «luce di più su di una collina in un mondo confuso ed oscuro, turbato dai portenti della paura»; ma non c’è da star lì a far troppi calcoli e strategie: si cammina perché quella piccola luce visibile è un riflesso della «Luce Invisibile». Essa, cioè Dio stesso, è «troppo splendente per la visione umana» (è questa infinita eccedenza che impedisce ogni idolatria o panteismo) eppure ad essa possiamo instancabilmente avvicinarci seguendo «la luce da oriente che tocca al mattino le guglie» oppure quella che «a sera s’inclina a occidente sulle nostre porte». Di essa possiamo partecipare ringraziando per «le luci dirette fra i vetri colorati delle finestre» e per quella «riflessa dalla pietra levigata, dai legni intagliati e dorati, dall’affresco multicolore». Tutte cose di per sé opache, ma visibilmente risplendenti di un raggio della «Invisibile Luce».

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