Le battaglie che contano

- Fernando De Haro

In Spagna il Partito popolare sta vivendo una forte crisi, che richiede un forte cambiamento in vista di un’imminente sconfitta elettorale. L’analisi di FERNANDO DE HARO

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Il premier spagnolo Mariano Rajoy (Infophoto)

A due mesi dalle elezioni, il Partido popular è entrato in una grave crisi che anticipa la fine di un ciclo. La scorsa settimana, il leader dei popolari nei Paesi Baschi si è dimesso, il ministro delle Finanze ha fortemente criticato il partito, il ministro degli Esteri (molto vicino a Rajoy) e il Presidente fondatore, José María Aznar. Il ministro degli Esteri ha risposto con attacchi personali al collega. Il ministro dell’Economia, responsabile del “miracolo” di aver ridotto il deficit dal 12% al 4% del Pil in quattro anni e di aver stabilizzato il sistema finanziario, ha detto che non vuole più candidarsi.

Il Presidente del Consiglio intanto ha ribadito che il Governo è l’unica opzione seria per mantenere a galla l’economia. La leadership che manca per mantenere ordine tra i ministri è la stessa di cui ci sarebbe bisogno per affrontare la questione catalana o le pre-campagna elettorale, nella quale a tratti si utilizza il messaggio della paura (senza di noi ci sarà una debacle) o un racconto di eccellenza tecnocratica che non arriva all’elettorato.

I risultati sono evidenti a tutti: la legislatura termina con meno disoccupati di quattro anni fa, il tasso di crescita del Pil sarà superiore al 3%. Tuttavia il 50% degli elettori non vuole il Pp. José Marco, intellettuale che non può essere accusato di essere di sinistra, ha detto che ciò che si avverte è arroganza e – paradossalmente – frivolezza. Questo, a suo parere, è il vero problema del Partito popular, non quello della comunicazione.

La crisi interna è aumentata perché tra le fila dei popolari sta crescendo la convinzione che non andranno al Governo. I sondaggi più favorevoli gli danno 130 deputati, rispetto agli attuali 186. I popolari sanno che solamente con 150-160 seggi (la maggioranza assoluta è 175) Rajoy potrà tornare alla Moncloa, grazie all’appoggio di Ciudadanos, il nuovo partito guidato da Rivera. La vittoria quindi non basta, perché i socialisti possono trovare un accordo con le altre forze di sinistra e i nazionalisti per arrivare al Governo, anche senza essere il primo partito.

In politica è impossibile fare pronostici, ma sembra difficile che si crei un “effetto Cameron” ed è improbabile che ci sia una reazione come quella registrata in Portogallo da Passos Coelho. Sembra ormai che il prossimo Governo spagnolo sarà social-radical-nazionalista. L’andamento dell’economia dipenderà quindi dalla dose di socialdemocrazia presente nell’esecutivo. Maggiora sarà il radicalismo, minore la crescita e la creazione di lavoro.

Il centrodestra affronta una lunga traversata del deserto per trovare un’identità perduta prima ancora di andare al Governo. E c’è chi già studia delle formule alternative, con la convinzione che non è il momento di far nascere “formazioni” o correnti di quadri, ma ampi movimenti di base. Movimenti che non cerchino soluzioni rapide, che non pensino di tornare in piazza. La polarizzazione sembra poter scendere.

Dalle due legislature di Zapatero si può imparare molto. Ci saranno da fare poche ed essenziali battaglie, centrate sulla libertà: di educazione, religiosa e di poter avere un’effettiva obiezione di coscienza. Soprattutto occorre un lavoro lento di costruzione sociale che favorisca un incontro che vada al di là delle posizioni ideologiche. Il futuro è fuori dalle trincee, in un campo aperto dove non si dia nulla per scontato, dove ci sia stima per l’altro e il tentativo di comprendere che cosa c’è dietro quel che non è di propria provenienza (la richiesta di più Stato o i nuovi diritti, per fare due esempi). Bisogna rompere il clima di sospetto che fa pensare che l’altro, dietro ogni parola e gesto, nasconda un interesse o un progetto che vuole imporre senza tener conto della libertà altrui.

La fine del ciclo rende evidente che la Spagna ha bisogno, più che di un Governo efficiente, di un dialogo nazionale che nasca dalla base. La dialettica pro-Pp/anti-Pp è ormai un campo sterile. Le reazioni degli ultimi mesi mostrano fino a che punto è arrivato il rifiuto sociale verso parole sentite come inutili. Tutti rifiutiamo parole che nascondono un calcolo, che sono deliberatamente di parte e che non tengono conto della persona nella sua interezza, con le sue reali necessità. Solamente parole fresche, vere, che nascano da un’esperienza umana reale, liberamente offerte, possono farsi strada in questa situazioni. Noi tutti le vogliamo sentire.

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