Fare il bene per legge?

Se, invece di farci scudo del potere nell’attesa di una rapida e facile vittoria, fossimo disposti al più lungo e impegnativo percorso della responsabilità personale? MARTA DELL’ASTA

05.11.2015 - Marta Dell'Asta
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Davanti all'ambasciata russa a Kiev (foto Angelina Kariakina)

Scrive un commentatore russo, Valerij Panjuskin, che ai tempi dell’Urss nelle redazioni di quotidiani e settimanali c’era sempre un ufficetto piccolo piccolo che si chiamava “Sezione lettere”, dove un unico redattore vagliava i pacchi di posta dei lettori per cavarne qualcosa di edificante da pubblicare. Tutto il senso dell’ufficetto e del suo singolo redattore era quello di far sentire la vox populi, che esaltasse quello che di volta in volta andava esaltato. Ma di solito, continua Panjuskin, il suddetto redattore era il peggiore dei misantropi e dei cinici, perché in quelle montagne di carta non trovava mai niente di positivo, di intellegibile, solo un triste panorama di querimonie meschine e denunce del tipo “il mio vicino di casa è una carogna”. Era impossibile reggere il peso di quel quotidiano delirio senza convincersi che tutti gli uomini, dal primo all’ultimo, sono degli emeriti imbecilli o dei delinquenti.

Non pensavano mai, questi sfortunati redattori, o forse non avevano voglia di scoprire, che in realtà di gente ragionevole e anche buona ce n’era, solo che non scriveva alle redazioni dei giornali. Mutatis mutandis, oggi lo spazio pubblico, i social network offrono un identico spettacolo di istintività, maldicenza, critica distruttiva, disprezzo e quant’altro; spesso si trasformano in una palestra di deliranti “sentito dire” e illazioni scambiate per fatti reali, capaci di deformare la coscienza di chi legge.

Senza lo sforzo di guardare la realtà tutta intera, si soggiace al pathos negativo che predomina, si finisce inesorabilmente per convincersi che stupidità e cattiveria vincono, oppure, nella versione religiosa, che “il mondo è schiavo del peccato”, e questo diventa un verdetto definitivo da cui discende una conseguenza molto seria: che l’unica salvezza dal male è la forza. Sperare solo nella forza che obblighi a fare il bene sta diventando una mentalità diffusa, che manifesta la caduta della speranza cristianamente intesa, il disprezzo della libertà e il prevalere della paura. Da questo soverchiante timore, che diventa ossessione della forza, nessuno è esente, lo subisce anche la Chiesa stessa, a giudicare dal sermone tenuto da un alto esponente ortodosso il 1° novembre scorso; dopo aver ricordato le 224 vittime dell’incidente aereo sul Sinai, questi ha continuato: 

“Mi ha colpito la notizia che questa notte, in alcuni night club e locali si è festeggiata scompostamente una festa a noi estranea e incomprensibile, chiamata Halloween. Preghiamo affinché Dio non punisca queste persone. E affinché l’amore e la compassione penetrino nei cuori del nostro popolo, … e preghiamo oggi anche per il nostro popolo, perché si allontani dalla nostra vita tutta questa immondizia, questa perdita dei sentimenti umani e del sistema di coordinate morali. E perché la nostra società e il nostro Stato abbiano la forza e la fermezza di impedire fenomeni di questo genere, quando le persone stesse non siano in grado di autolimitarsi. È necessario per noi tutti, per la salute morale del nostro popolo”. 

E se, invece di farci scudo del potere nell’attesa di una rapida e facile vittoria, fossimo disposti al più lungo e impegnativo percorso della responsabilità personale? Se invece di lasciarci guidare dalla paura ci lasciassimo conquistare dalla speranza e lasciassimo così spazio a un paziente realismo? Chi ha la pazienza di guardarsi attorno di solito non è così pessimista, riconosce nel mistero dell’uomo fragile e incoerente i segni di una nobiltà sorprendente. 

Scrive la giornalista Victoria Ivleva che oltre a quelli che festeggiavano rumorosamente Halloween, ci sono stati anche quelli che, come a Kiev, hanno portato fiori e lumini all’ambasciata russa, e scritto su fogli di quaderno “soffriamo con voi”. “Com’è — commenta — che io vedo questo, mentre la Komsomol’skaja Pravda e le varie News vedono tutt’altro?”. E racconta di una commessa “una donna grossa con la faccia larga” che, a sentir parlare di guerra, si è fatta scura e ha detto: “Lei non s’immagina quanto mi fa star male…”. “Ecco — conclude la Ivleva — uno pensa che tutti ormai se ne freghino della guerra, e poi arriva una donna con la faccia larga a rimettere tutto in discussione…”. 

Si tratta di decidere se ci interessa fissarci sulla noiosa ripetitività del male o scommettere sulla sorprendente fantasia del bene.

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