Il fascino (e la fragilità) di una cosa bella

- Pierluigi Colognesi

Tutti contenti e soddisfatti dall’inaspettato successo dell’Expo nonostante il disfattismo iniziale. Ma adesso cosa resta? E che peso ha avuto sulla vita della gente? PIGI COLOGNESI

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foto Infophoto

I sei mesi dell’Expo sono finiti; si tirano i bilanci e si progettano le prospettive. A vari livelli: economico (ritorno degli investimenti e rapporti commerciali allacciati), politico (l’immagine internazionale del Paese, gli uomini che hanno fatto le scelte migliori e il futuro loro e degli spazi utilizzati), culturale (quanto del tema – «Nutrire il pianeta» – si è approfondito, è stato trasmesso, ha avviato percorsi di ricerca), sociale (partecipazione, coinvolgimento, responsabilità). 

Generalmente il giudizio finale è positivo, nel senso che le cose buone sembrano decisamente superiori alle inevitabili manchevolezze. E questo fa molto piacere; soprattutto se si ricordano i mesi immediatamente precedenti all’evento, dominati dal disfattismo, dalle polemiche, dagli scandali.

Tutti i commentatori hanno rilevato l’eccezionalità della partecipazione, sia in termini quantitativi (le migliori previsioni sul numero di visitatori – 20 milioni – sono state addirittura superate) sia soprattutto in termini quantitativi. Effettivamente faceva abbastanza impressione vedere code interminabili ma sostanzialmente ordinate, una curiosità vivace, un clima festoso culminante nella comune partecipazione allo spettacolo di luci e acqua dell’Albero della vita, diventato la star dell’esposizione. Viene da chiedersi cosa abbia attratto così tante persone e cosa abbia determinato quel clima. Certamente la macchina della promozione ha funzionato (insieme, però, al passaparola, senza del quale difficilmente il successo sarebbe stato così massiccio), così come ha funzionato la macchina organizzativa (ricordo una trasmissione radiofonica in cui un giornalista specializzato nel denunciare le magagne del Bel Paese, piuttosto che ricredersi diceva: «A Expo non sembra neanche di essere in Italia»).

Noi tanti che ci siamo andatI probabilmente cercavamo proprio questo: qualcosa di bello da vedere, da gustare, in cui immergerci. Cercavamo qualcosa che funzionasse bene, di fronte al quale non ci dovessimo arrabbiare e innescare l’eterno piagnisteo o le solite accuse. Cercavamo di conoscere un po’ di più il mondo (fosse anche solo dal punto di vista del cibo) e sentircelo amico. Cercavamo la possibilità di stupirci ancora, fosse pure per le luci musicali di un totem ipertecnologico, senza magari capire bene a quale vita quell’albero alludesse e come la si possa realizzare.

Ciò che stringe un po’ il cuore è che il fascino di una cosa bella può essere fragilissimo e così precario che – senza un cammino educativo – lo si perde in fretta. M’è venuto in mente proprio mentre cenavo all’Expo. Trovato faticosamente il tavolo in uno dei ristoranti regionali italiani, chiacchiero con gli amici; la discussione va sulla sala del Padiglione Zero che pone il problema dello spreco e sulla necessità di contenerlo anche in considerazione di chi non ha niente da mangiare. A questo punto vedo i ragazzi del tavolo di fronte che, finito di cenare, si alzano e se ne vanno; arriva velocissimo l’inserviente a sparecchiare: tra bottiglie di plastica vuote, tovaglioli usati e piccoli avanzi, c’è un piatto con tre grossi panini con ottima porchetta (l’avevo ordinata anch’io) neanche toccati: il cameriere prende tutto e butta. Sono certo che quei ragazzi erano stati colpiti dalla vicenda del pastorello loro coetaneo che apriva la visita al Padiglione Zero e anche dalla installazione che denunciava lo spreco. Chi li aiuterà a non dissipare quel colpo, che nel breve tragitto del decumano, si era già tanto sbiadito?

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