La libertà indomita del Natale

- Giorgio Vittadini

Cosa è davvero il Natale e a che cosa ci richiama? A quell’indomita libertà che è anche nei nostri cuori. Alcune storie di ragazzi che hanno potuto cambiare. GIORGIO VITTADINI

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Immagine di archivio

Quando le difficoltà sono diventate insormontabili – raccontano i genitori di Federico – c’è stato bisogno di un aiuto. Questo luogo, in cui si respira aria di grande umanità, ha dato a noi la possibilità di ripartire e a lui una giusta visione di come era e di come avrebbe potuto essere”.

Cambiare è quello che tutti desideriamo di più, consapevoli o no, perché nulla ci basta. Lo desideriamo così tanto che finiamo per ritenerlo umanamente impossibile. E cosa richiama di più il Natale, anche per i non cristiani, se non la possibilità di un cambiamento? Non solo nelle situazioni limite come quella di Federico, ospite della comunità di recupero per tossicodipendenti L’imprevisto di Pesaro, ma nella vita di ciascuno.

Pensiamo di non avere mai in mano le carte vincenti, ovunque si respira il sospetto di essere schiavi delle circostanze o di un fato cieco. Nella migliore delle ipotesi ci si accontenta di quella sorta di nirvana del cuore e dell’anima che caratterizzava il protagonista dei Buddenbrook di Thomas Mann: dopo tanto soffrire e penare, sperare di ritornare ad essere una goccia indistinta nell’oceano dell’essere. 

Ma cambiare è possibile: accade. Ci sono storie, spesso al limite umano, che lo testimoniano. Il cambiamento avviene dentro di sé prima di tutto, sostenuto da fuori, rapporti, comunità, ambiti diversi. Quella spinta interiore a non accontentarsi, ad essere più liberi, più soddisfatti che ha portato magari a sbagliare, è la stessa che permette di uscire dalla difficoltà e a guadagnare sé in modo più profondo.

“Era impossibile non notare – osserva la mamma di Alexander – il grande cambiamento. Nel modo di vestire, di parlare, ma prima di tutto nello sguardo: non era più quello di un ragazzo sofferente”.

E alla fine ci si scopre con stupore un’altra persona. Come è successo a Paolo: “Dalla casa di reinserimento, il giorno lavoro e la sera vado a scuola. Non avrei mai pensato che uno come me, che non è riuscito a portare avanti mai niente, oggi riesce e anche bene”.

Percorsi che in altri ambiti, come nella scuola professionale In-Presa di Carate Brianza, dicono la stessa cosa. Qui erano arrivati due fratelli con alle spalle numerose bocciature ed esperienze di fallimento scolastico. Non si fidavano di nessuno, tesi a scoprire chi li avrebbe fregati questa volta; ma pian piano si accorgono che nella vita c’è qualcuno che sa voler loro bene: le resistenze cadono, capiscono che si possono fidare. Ora entrambi hanno concluso il loro percorso formativo e lavorano, uno come cameriere e uno come giardiniere. Soprattutto si dimostrano capaci di una stabilità affettiva che nella loro famiglia non avevano mai conosciuto.

Altro scenario, storia simile: Aziz, un ragazzo albanese di 14 anni, aveva tentato due volte di arrivare in Italia, desideroso solo di lasciarsi alle spalle la miseria di casa sua. Al terzo tentativo riesce a raggiunge il fratello che alla Piazza dei Mestieri di Torino stava imparando a fare il cuoco. Anche Aziz vuole diventare un cuoco come il fratello. Non salta un giorno, è determinato e tenace nel non perdere una parola di ciò che i maestri gli dicono. Prende la qualifica, ma non vuole lasciare la Piazza, così viene assunto lì, presso il ristorante ed oggi, dopo quattro anni, è diventato un cuoco in gamba, un grande lavoratore, ma soprattutto non riesce a non dispensare un sorriso a tutti quelli che lo salutano e gli fanno i complimenti. Ora può tornare con orgoglio in Albania a trovare i suoi genitori e a raccontare che la vita non lo ha fregato, che ha trovato il suo posto.

Don Claudio Burgi, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, le storie dei suoi ragazzi le ha raccontate in un libro (“Ragazzi cattivi”, Giunti Ed.). Storie come quella di David, un ragazzo ecuadoregno condannato a dieci anni per essere rimasto coinvolto in una rissa fra gang finita con un morto: “Guardavo le foglie verdi da sotto in su, e mi chiedevo se un albero è libero. Ha le sue radici, ma poi si allunga verso il cielo. Può essere alto, certo, ma a un certo punto anche lui deve smettere di crescere. Eppure mi sembra così libero. Allora ho capito. Ho pensato a tutta la vita che scorre dentro l’albero, a tutte le possibilità di nuove foglie e nuovi rami che sono dentro di lui, e ho realizzato che la libertà ce l’ha dentro, nel suo essere vivo”.

Il cuore dell’uomo è infallibile, quando è aiutato a battere. Dio incarnato in quel bambino che vediamo inerme nel presepe, di fronte alle potenze del mondo, è Colui che ci mostra che abbiamo già in mano la carta vincente e ce la indica: “Tu sei un bene, tu puoi…”. E’ il regalo per il Natale 2015: la nostra libertà indomita incapace di accontentarsi.

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