La libertà di celebrare il Natale

- Federico Pichetto

Può un cristiano, un uomo dei nostri giorni, partecipare alla vita democratica delle nostre società con tutta la sua storia e le sue tradizioni? L’editoriale di FEDERICO PICHETTO

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Partiamo da XFactor. Qualche settimana fa gli Urban Strangers, gruppo tra i semifinalisti del talent targato Sky, hanno riportato alla ribalta una canzone di Gaber che sembra perfetta per capire questi giorni: la libertà. La loro esecuzione, innovativa e appassionante, ha scaldato la platea dell’XFactor Arena di Milano senza forse sapere che quelle parole stavano dicendo qualcosa di molto più profondo di quello che poteva sembrare. Sono stati giorni questi in cui un preside ha tentato di festeggiare il Natale vergognandosi di mostrare il festeggiato, di un presepe allestito in una scuola della provincia romana senza la presenza del nascituro e della sua famiglia, quasi fosse un raduno notturno di un gruppo di pastori in protesta per le “quote latte”. Ma sono stati anche i giorni di Parigi, dell’islam sotto accusa, dell’imam del Centrafrica che regala al papa un versetto del Corano che elogia i cristiani, i giorni in cui più a nord improbabili leader politici si sono riscoperti cristiani perché — tutto d’un tratto — hanno capito che difendere le tradizioni, sul Corsera o sulle Amache di Repubblica, è diventato cool e adesso fa tendenza. Probabilmente, aggiungiamo noi, fa anche raccogliere voti. Almeno quelli dei pastori. 

Eppure, mentre il nostro paese sta rendendo grottesco anche il Natale, Wikipedia nel silenzio generale di tutti cancella dalla linea del tempo le tradizionali coordinate a.C./d.C. (avanti Cristo/dopo Cristo) per sostituirle con quelle più politically correct di e.v./p.e.v (era volgare/prima dell’era volgare). Sì, avete letto bene e se cliccate sopra quelle lettere vi spiegheranno pure che loro a.C./d.C. lo scriverebbero volentieri se non fosse che Cristo è nato nel 7 a.C. e continuare ad usare quei riferimenti sarebbe, quindi, quanto meno improprio. 

La questione farebbe tremendamente ridere se non fosse che qui c’è in gioco il nostro futuro, la nostra stessa libertà. E allora tornano in mente le parole di Gaber: la libertà non è stare sopra un albero, fare quello che si vuole pur di non arrecare fastidio agli altri, non è nemmeno poter esprimere un’opinione e neppure — come ci ha spiegato per anni la Francia di Sarkozy e Hollande — uno spazio libero, vuoto, senza identità e storie, con una morale di stato più feroce di quella dei preti e degli imam perché fondata sul dogma di essere senza dogmi. No, dice Gaber, la libertà è partecipazione. 

E allora la domanda diventa molto semplice e stringente: può un cristiano, un uomo dei nostri giorni, partecipare alla vita democratica delle nostre società con tutta la sua storia e le sue tradizioni? Possono le convinzioni degli stranieri che vivono in mezzo a noi, gli usi e i costumi di paesi lontani e misteriosi, incontrare le nostre feste, le nostre luci e le nostre stesse croci? Può l’ateismo proporsi alle religioni di tutto il mondo interrogandole, sfidandole e — in un certo modo — costringendole a purificarsi nel crogiolo della ragione, liberandole da ogni tentazione di fondamentalismo e di ripiegamento su se stesse? 

A queste domande non si risponde con una teoria, ma con un fatto, con un gesto: il dialogo non è qualcosa che si fa ai tavolini della politica o sulle poltrone dei salotti, ma in piazza, nelle strade, tra la gente. È la Colletta Alimentare dello scorso 28 novembre a dirci che in un gesto, un gesto vero, tutto si può, tutto è possibile. Perché è solo nella carità che gli uomini si incontrano, si parlano, si educano. Solo dentro un’opera in cui ciascuno possa dire “Io” avviene il miracolo della libertà, della partecipazione che cambia, che ci cambia. Così nel giorno della Colletta cristiani e musulmani, atei e praticanti, si sono incontrati tutti attorno ad un sacchetto, ad uno scatolone, ad un gesto. Di fronte ai fatti è difficile parlare. Anche nel 2015 dell’era volgare, anche alla vigilia di un compleanno in cui tanti, forse troppi, vorrebbero nascondere il vero volto del festeggiato. Quel volto che porta su di sé il cuore e il dramma di ognuno di noi. E che prende sul serio chiunque, anche i Pastori e le loro quote latte.

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