Il popolo che può sconfiggere l’Isis

- Fernando De Haro

L’Occidente si indigna per la barbarie mostrata dall’Isis. Per sconfiggere lo Stato Islamico non si può però pensare di adottare strategie rapide. FERNANDO DE HARO ci spiega perché

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Un’ondata di indignazione ha scosso l’Occidente. Il video in cui l’Isis brucia vivo il pilota giordano Al-Kasasbeh fa rivoltare fino all’ultima fibra del nostro corpo. Tanta crudeltà ci sembra inconcepibile e chiediamo soluzioni rapide. Com’è possibile che nell’era dell’informazione le grandi potenze occidentali non siano riuscite a fermare questo mostro che scuote il Medio Oriente? Perché non si va avanti con la guerra al terrorismo? Perché non si prendono misure più drastiche?

Il nostro alto livello di consumo di informazioni è proporzionale alla nostra incapacità di convivere con la complessità e, soprattutto, di accettare che il male ha un ruolo nella storia dei popoli che è difficile eliminare in maniera immediata.

L’assassinio di Al-Kasasbeh è un atto di propaganda di un gruppo terroristico che ha ottenuto un grande successo. La nascita e lo sviluppo dell’Isis non sono estranei agli errori dell’Occidente nella regione e hanno molto a che fare con alcuni Paesi del Golfo, nostri alleati in tante vicende. Quel che ora è chiamato Stato Islamico, fino a qualche anno fa era Al Qaeda nella terra dei due fiumi, ramo iracheno dell’organizzazione di Bin Laden. Il mostro è cresciuto perché era funzionale agli interessi di Arabia Saudita e Qatar, che volevano alimentare un’alternativa sunnita all’espansione sciita. L’Isis non sarebbe cresciuto tanto se non avesse ricevuto fondi da questi due paesi. La guerra tra Iran e Arabia Saudita è ormai scoppiata su diversi fronti. L’Isis non sarebbe comunque cresciuto se la politica statunitense non avesse fatto in modo che l’Iraq, in alcune zone del suo territorio, diventasse uno Stato fallito.

Nessuno sa con esattezza perché Bush ha voluto rovesciare Saddam. Di certo non per il petrolio. La sua decisione è il chiaro esempio di come di fronte a una decisione strategica più che le informazioni di cui si dispone è importante la posizione da cui si parte. Poi è stato fatto un altro errore grave cui non si è posto mai rimedio: lo smantellamento dell’esercito. L’Isis ha avuto vita facile perché quello iracheno era un esercito corrotto che diceva di vincere battaglie quando in realtà le perdeva. È così che è riuscito ad arrivare tanto vicino a Baghdad. Il terzo errore è stato appoggiare il governo dello sciita al-Maliki, che non ha mai scommesso realmente sull’unità e che ha aumentato nei sunniti l’impressione di essere diventate vittime di un progetto poco integrante.

La cosa peggiore è che questo terzo errore in un certo modo persiste. Ancora in Occidente c’è chi pensa che la soluzione migliore sia creare stati monoconfessionali. La vecchia tesi del Segretario di Stato Kissinger sembra disgraziatamente essere ancora in voga. I suoi sostenitori spiegano che, di fatto, l’Iraq è già diviso in regioni monoconfessionali. 

Gli accordi Sykes-Picot del 1916, con cui si è costruito il Medio Oriente contemporaneo, erano più realisti di alcuni progetti recenti. Quei patti riconoscevano, infatti, la necessità di avere Stati pluralisti, in cui sciiti e sunniti potessero convivere, insieme a minoranze cristiane ed ebree. Non può essere altrimenti se non vogliamo vedere, come stiamo vedendo, ondate di profughi in fuga da una guerra che può solo andare avanti. Non conviene che in Medio Oriente ci siano “ghetti impermeabili” senza dialogo. È politicamente scorretto dirlo, ma i dittatori di Iraq e Siria mantenevano vivi questi Stati pluralisti.

L’Isis è stato un mostro manipolato da diverse parti e che ora ha una vita autonoma. La presa di Mosul gli permette di finanziarsi senza chiedere aiuti esterni. E mentre la Turchia continua a fornirgli jihadisti di tutto il mondo, sta diventando un nemico difficilissimo da battere. Anche su Ankara l’Occidente si è sbagliato: Obama era convinto che Erdogan fosse un alleato fidato, ma la Sublime porta ha preferito un’identità sunnita combattiva alla collaborazione con l’Europa e gli Stati Uniti.

Come in tutte le lotte al terrorismo, uno dei fronti fondamentali – come sappiamo bene in Spagna – è quello della legittimità. Il terrorismo si mantiene vivo se il popolo che dice di servire considera legittima o almeno giustificabile la sua lotta. Il popolo che il terrorismo dice di servire è quello islamico e solamente l’Islam può togliere legittimità al sedicente Califfato. È passato solo un secolo dalla fine del Califfato e questo, nella lunga storia della comunità politica musulmana, è un tempo relativamente breve.

Alcuni passi sono stati fatti, ma in questo che sarà un cammino lento e faticoso quel che può fare l’Occidente è aiutare l’Islam ad affrontare le sue contraddizioni e non dare munizioni ai terroristi. Per un musulmano è inconcepibile che la libertà di espressione venga utilizzata per burlarsi di Maometto. Per un musulmano è intollerabile che tutte le strategie di democratizzazione passino per la relegazione della religione ad ambito privato. E per un musulmano del Medio Oriente sarà sempre una grave colpa che gli occidentali tollerino una Palestina senza Stato.

L’informazione si rivela inutile se una decisione è stata presa senza considerare che il fattore religioso è determinante. Abbiamo avuto troppa fretta e mancanza di intelligenza dal 2001. Spesso reagiamo come se ogni azione o intervento fosse utile: il fatto è che a volte non fa che peggiorare le cose.

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