Realismo, non Buona Scuola

- Giorgio Vittadini

“Buona scuola, riforme”: la scuola italiana ha invece dimenticato il punto di forza che l’ha sempre caratterizzata, la passione per il realismo. GIORGIO VITTADINI

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Tra le garanzie che la Costituzione è tenuta a tutelare, ha detto il nuovo capo dello Stato Sergio Mattarella nel suo intervento d’insediamento, c’è quella del diritto allo studio “dei nostri ragazzi, in una scuola moderna, in ambienti sicuri” perché venga garantito il “loro diritto al futuro”.

Che questa sia la vera emergenza del Paese è noto, e i numeri lo confermano: secondo l’ultima rilevazione dell’Ocse, nel 2012 solo l’86% dei 17enni era ancora a scuola e solo il 47% dei 18enni prevedeva di iscriversi all’Università (51% del 2008; 58% media Ocse e del G20); inoltre, quasi un giovane su tre (32%) dai 20 ai 24 anni di età non lavorava e non era iscritto a nessun corso di studi (in aumento di 10 punti percentuali rispetto al 2008), percentuale che nei Paesi Bassi è solo del 7% e in Austria e Germania è dell’11%.

Sappiamo che in un’epoca di “economia della conoscenza”, tanto meno si studia, tanto più è difficile trovare occupazione, soprattutto per giovani che considerano i lavori più umili non più accettabili.

Dopo l’orgia finanziaria, finalmente l’investimento in capitale umano è tornato ad essere al centro del dibattito sullo sviluppo economico e sociale moderno. Ma è importante sottolineare come, da tempo, le ricerche internazionali abbiano messo in luce l’importanza più che del mero investimento economico in istruzione (l’Italia ha una spesa in linea con la media OCSE fino alle superiori, marcatamente inferiore per l’università), il valore della qualità della scuola, in particolare per ciò che riguarda creatività, flessibilità, motivazioni di insegnanti, studenti e istituti.

Ed anche se non è mai stata sufficientemente indagata l’incidenza sulla qualità della scuola di centralismo, rigidità, burocrazia, nonché dell’incapacità di valutare e valorizzare il merito di studenti e docenti e, non ultimo, dell’impoverimento ideale, sia i dati che l’evidenza mostrano con chiarezza un sistema che non aiuta la mobilità sociale, non aiuta a colmare il ritardo di alcune regioni, non aiuta a ridurre l’emarginazione sociale all’origine di tanta disoccupazione giovanile. Insomma, il mito della scuola uguale per tutti è in realtà classista e discriminatorio.

Eppure c’è un altro dato che deve far riflettere: quando i nostri ragazzi vanno all’estero a studiare, sono molto spesso i migliori. E quando da laureati vanno a cercare lavoro all’estero, spesso trovano i lavori migliori. Come si spiega questa contraddizione? 

I recenti studi del premio Nobel James Heckman hanno messo in luce che i fattori legati alla personalità, allo spirito di iniziativa, alla fiducia (soft skills), si stanno rivelando sempre più importanti, rispetto a competenze e conoscenze, nello stabilire la riuscita nello studio e nel lavoro. Quello che in pochi sottolineano però è che l’educazione non può essere frutto di tecniche, ma è piuttosto l’esito di due fattori fondamentali. Il primo è l’irriducibilità del desiderio umano, del suo non essere semplicemente un prodotto delle circostanze in cui vive. 

Il secondo è un fattore culturale: un approccio conoscitivo che esalta questo irriducibile desiderio dell’uomo e ha un’idea positiva della realtà. Una conoscenza “realista”, vissuta come incontro tra un soggetto, che non rinuncia a giocare la sua curiosità, la sua spinta a costruire, e una realtà non ridotta né a schemi preconcetti né alla sua percezione empirica. Un modo di conoscere che aiuta a sviluppare una capacità critica migliore, ad esempio di chi apprende i contenuti tramite quiz.

La scuola italiana, spesso senza esserne consapevole, ha in sé questa impostazione realista che qualifica la nostra cultura e ha rappresentato la forza della nostra gente in tutti i suoi difficili passaggi storici, come quando si è trovata costretta a emigrare, o quando ha dovuto affrontare la ricostruzione post-bellica.

E’ una forza di cui non siamo coscienti e che facciamo di tutto per non coltivare. Una scuola statalista e burocratica, la mancanza di autonomia e parità, la mortificazione della responsabilità degli insegnanti, tende a far seccare questa radice sana della scuola italiana, a far perdere di vista il fatto che la capacità di conoscere nasce e cresce insieme alla costruzione della scuola “dal basso” e che la trasmissione del sapere si fonda su esperienze e genera, non trasmette, un’istruzione. Non una tecnica ma un’apertura dell’animo. Se si vuole che tutta la scuola sia il fattore di promozione sociale ed economica dei giovani, “se vuoi costruire una nave — diceva Antoine de Saint-Exupéry — non radunare uomini solo per raccogliere la legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

Bisogna levare il tappo e lasciar sprigionare le forze che sfidano l’uomo nella libertà e nell’intelligenza. Se vogliamo rilanciare l’occupazione giovanile, dobbiamo ritrovare la nostra identità, il realismo che ci ha sempre caratterizzato, l’educazione dell’io a essere un soggetto creativo.

“La buona scuola”, se si limita a immettere insegnanti fissi in un sistema che rimane immutato, invece che puntare su una conoscenza nuova (e vecchia) e a permettere un’autorganizzazione, sarà un’occasione mancata. Sta a noi scegliere se difendere il presente o difendere il futuro.

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