Quando manca la domanda

Il Vangelo di domenica racconta di una risposta spiazzante che Gesù dà ai suoi discepoli sollecitati da alcuni Greci che chiedevano di incontrarlo. E’ la nostra condizione. FEDERICO PICHETTO

21.03.2015 - Federico Pichetto
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Caravaggio, Vocazione di san Matteo, particolare (1599-600)

Il Vangelo che il rito romano offre per la quinta domenica di quaresima dell’anno B racconta di una risposta spiazzante che Gesù dà ai suoi discepoli sollecitati da alcuni Greci che chiedevano di incontrarlo: Egli indica loro la strada del dolore — della morte — come via autentica per il rapporto con Lui e per la realizzazione piena della vita. 

Eppure il punto interessante di questo brano non è, per il nostro tempo, né la metafora del seme che se non muore rimane solo, né l’allegoria della croce che chiude la narrazione, bensì la richiesta — l’esigenza — espressa dal gruppetto dei Greci stessi: “Vogliamo vedere Gesù”. Senza questa domanda, senza l’emergere di questo bisogno, è impossibile per chiunque capire quello che Gesù dice sul dolore, sulla Croce e sulla Sua vera vittoria. Se manca il desiderio di vederLo le parole di Cristo diventano incomprensibili, smettono cioè di essere risposta a un’urgenza viva dell’Io per trasformarsi in “valori” da osservare e tutelare. 

Il dramma del nostro tempo non è la cattiveria delle genti, ma la totale inconsapevolezza di ciò che è davvero necessario per vivere. Manca la domanda e, per questo motivo, ogni ipotesi di risposta non è né affascinante né significativa. Ciò che stupisce di più entrando in una famiglia, stando con un povero, andando a scuola, all’università, o in un qualsiasi posto di lavoro, è lo smarrimento e la confusione rispetto a quello che ultimamente occorre per amarsi, per rispettarsi e per costruire qualcosa di grande insieme. 

Si potrebbe dire che c’è stata una specie di crollo della coscienza di sé e che questa coscienza, crollando, si è frantumata in miriadi di istanze che poi, in fin dei conti, non sono altro che capricci. Ciò che a me oggi, uomo europeo del XXI secolo, serve per vivere non è altro che la soddisfazione dei miei capricci, illudendomi che il calore di un capriccio realizzato possa sciogliere sul serio il ghiaccio e la solitudine che sento nel cuore. 

Ma, allora, se questo è vero, la domande interessante diventa un altra: che cos’è che aveva reso quel gruppetto di Greci così consapevole del proprio desiderio? Che cosa aveva permesso loro di avere una domanda così nitida rispetto a sé e alla loro vita? In altre parole: che cosa dobbiamo fare noi per avere una coscienza del genere? C’è un’eresia nella storia della Chiesa che ben affronta questo tema: è il semipelagianesimo. Per i semipelagiani l’uomo, almeno all’inizio, doveva “fare qualcosa” per scatenare la fede, per provocare la Grazia. Il cristianesimo europeo, lungi dall’essersi liberato dalle antiche eresie, è ancora oggi molto determinato dal semipelagianesimo: le nostre comunità, i nostri consigli, le nostre chiacchierate tra amici, sono piene di indicazioni su quello che dobbiamo fare perché le cose cambino, perché la realtà prenda un’altra piega. 

Eppure nei Greci, in quei Greci, tutto era stato molto semplice: la loro libertà si era mossa di fronte ad una notizia, ad una qualche forma di testimonianza — chissà, magari neanche troppo positiva — attorno a quel Gesù di Nazareth. Quelle parole ascoltate su di Lui o da Lui avevano ridestato in loro tutta l’ampiezza del desiderio del proprio cuore fino a farli muovere. 

“Fides ex auditu” dice san Paolo, la fede nasce sempre da qualcosa che viene prima e che, continuamente, nella realtà ci precede e ci aspetta. La domanda più grande di un uomo, quindi, non è quella sul “che cosa fare”, ma sul “dove si trovi” Cristo in un certo frangente della vita o in una data circostanza. Noi cerchiamo Colui che ci ha già trovati e, proprio perché in Lui ci siamo certamente già imbattuti, non possiamo più perderLo di vista, lasciarceLo sfuggire. 

Finché il nostro cuore rimarrà chiuso al Presente noi ci impegneremo sempre o per perpetuare il passato o per realizzare il futuro che abbiamo già prestabilito nella nostra mente. Ma in questo modo non incontreremo più niente e la nostra vita non sarà altro che una continua e sterile contrapposizione nella convinzione — inquietante — che realizzando il nostro pensiero realizzeremo certamente il nostro Io o (addirittura) la volontà di Dio. 

L’uomo di oggi non capisce niente del dolore e dell’amore, della rabbia e della paura, del desiderio e del sacrificio, niente insomma di ciò che vive, solo perché ultimamente non sa, non è consapevole, di quello di cui ha bisogno. E questa ignoranza, in definitiva, non si cura “facendo qualcosa”, ma permettendo alla realtà di raggiungerci, permettendo alla vita di toccarci in un modo tale che la nostra prima attività sia quasi una passività, la passività di chi riceve tutto come “dato”, come “dono”, la passività piena di stupore e di commozione che, davanti ai tanti problemi della vita, ci restituisce soltanto un grido, soltanto un desiderio: quello di vedere Gesù.

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