Testori-Giussani, la nostalgia di essere figli

- Fernando De Haro

Una conversazione tra Giovanni Testori e Luigi Giussani avvenuta 35 anni fa, secondo FERNANDO DE HARO, ha molto a che fare con la situazione sociale attuale

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Giovanni Testori (Immagine d'archivio)

Era sulle rive di un affluente del Po, il Ticino, un fiume che va dalla Svizzera all’Italia settentrionale: è sorprendente che qualcosa che è accaduto 35 anni fa – un’età geologica per come concepiamo ora il tempo – in un luogo lontano sia in realtà così attuale rispetto a quel che accade in Spagna. 

Allora l’Europa era ancora divisa, il furore ideologico della contestazione era ancora caldo. Ora invece è tutto liquido, non esiste un centro. Eppure quella conversazione (pubblicata con il titolo “Il senso della nascita”) svoltasi sulle rive del Ticino tra il drammaturgo Testori e il sacerdote Giussani può fornire indizi per comprendere questa nuova epoca priva di punti di riferimento, orfana di qualcosa di solido. Forse i due protagonisti già vedevano il principio di quello che sarebbe accaduto.

Testori, omosessuale, era una di quelle menti brillanti che come Pasolini aveva notato il genocidio antropologico subito dalla seconda generazione nata dopo la guerra. Laico, dotato di una straordinaria sensibilità, parla con un Giussani che condivide con lo scrittore un acutissimo sguardo pieno di speranza sulla vibrazione essenziale che definisce il tempo presente.

Testori osserva che la società prima ha indotto i giovani – e anche gli adulti – a perdere la percezione di essere amati e poi non ha offerto loro che “prigioni”. Manca il senso di essere stati generati, di nascere come figli – dice Giussani – e da qui scaturisce un lamento per una presenza che non hanno, che non abbiamo. Testori aggiunge che un uomo non si uccide per un’assenza, ma per una nostalgia: la nostalgia di essere figlio.

Ci siamo comportati, dicono entrambi, come se questa nostalgia non ci fosse. Una dimenticanza obbligata in Spagna, dato che questo desiderio è stato accusato di aver generato una sanguinosa guerra civile e un secolo scuro, il XIX. Ignacio Carbajosa alcuni mesi fa, in un articolo su ABC, ha spiegato che noi spagnoli, per una sorta di autocensura, ci siamo imposti un limite nelle relazioni pubbliche: possiamo parlare di ciò che ci accomuna, di quel che è “naturale”, sempre che questo non porti a una domanda religiosa.

Nonostante tutto, però, e forse questa è la grande novità, oggi in Spagna si comincia a riconoscere quella che Testori chiamava la fatica che comporta il dimenticarci che siamo amati. Il drammaturgo spiegava che ci sono negazioni che sono piene di desiderio. E non è difficile trovarle sui media. Alcuni giorni fa Leila Guerrero, una degli editorialisti più anticlericali de El Pais, ha scritto un articolo sulla salvezza, sostenendo che una persona non può salvarne un’altra: la gente si salva da sola. Parole a cui Testori, dal Ticino, in qualche modo replicava spiegando che il momento in cui si avverte un’assenza è forse quello in cui si può scoprire con maggior forza la presenza che abbiamo lasciato sparire.

La stessa Leila qualche giorno dopo aveva spiegato come aveva conosciuto il mare: “Si aprì la porta e in mezzo alla luce del crepuscolo apparve mio padre: il primo di tutti noi (mio fratello, mia madre, mio nonno e io) ad aver visto il mare. Corsi dal lui, lo abbracciai e gli chiesi: ‘Com’è? Com’è?’. Lui non mi rispose, alzò solamente la mano e la avvicinò alla mia testa e mi disse: ‘Ascolta’, appoggiando una grande conchiglia bianca al mio orecchio. E io ascoltai. Passarono molti anni prima che potessi vedere il mare, ma per tutto quel tempo avevo avuto qualcosa di meglio: avevo avuto mio padre che mi raccontava com’era. A volte la gente chiede perché uno scrive e io penso che sia per cose come queste”. 

La nostalgia del figlio è evidente nella nuova letteratura, tanto che alcuni critici parlano già di un nuovo paradigma. Nelle opere dello scrittore José Mateos ciò è evidente. In una delle sue raccolte di racconti (dal titolo significativo “Storie di un Dio decadente”) uno dei suoi personaggi confessa: “Ho posseduto quasi tutto quello si potrebbe desiderare. Ma è curioso quando mi guardo indietro e mi chiedo cosa ho fatto della mia vita e qual è stato il suo significato: non mi ricordo degli anni di università, né delle città che ho visitato e fotografato, ma di quei giorni orribili in cui mi sentivo così piena, così al culmine di me stessa accanto al letto in cui mamma stava morendo”. Un altro dei personaggi, un terrorista che si chiede se ci sarà la resurrezione poco prima di essere ucciso da un compagno, “aveva l’impressione che quel vento, che gli scompigliava i capelli, avesse compassione di lui”. Maternità e compassione.

In uno dei romanzi di gran moda in questi ultimi mesi, “Intemperie” di Jesus Carrasco, l’esperienza della filiazione la fa da padrona. Un bambino è protetto da un capraio che dà la vita per salvarlo e il protagonista si chiede: “Perché si era mosso in suo aiuto?”. Questa condizione, quella di sapersi figlio, è anche quella che permette a Felipe Díaz Carrión, il protagonista di “Occhi che non vedono” (un capolavoro nel descrivere la tragedia dell’Eta), il romanzo di Ángel González Sainz, di non cedere al nulla che sembra così allettante.

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