Andreas Lubitz, le analisi inutili

L’incidente aereo avvenuto la scorsa settimana ci porta a tante domande, spiega FERNANDO DE HARO, sul nostro modo di conoscere e comportarci. Ma le analisi non aiutano

31.03.2015 - Fernando De Haro
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Andreas Lubitz

Inspiegabile, questa la parola usata mercoledì da Rémi Jouty, il direttore del Bea (l’ente per la sicurezza del volo francese). La traiettoria non era compatibile con quella di un aereo controllato da piloti. Ci aspettavamo una lunga indagine, non avevamo considerato l’ipotesi che Brice Robin, il procuratore della Repubblica francese, ci ha offerto giovedì come la più certa per spiegare la morte di 150 persone che volavano da Barcellona a Dusseldorf. La registrazione della scatola nera non lasciava dubbi: Andreas Lubitz, con apparente freddezza, aveva deliberatamente fatto schiantare l’aereo. Gli standard di sicurezza, adottati dopo l’11 settembre per garantire l’isolamento della cabina, sono diventati un ostacolo insormontabile dopo che il secondo pilota aveva deciso di porre fine alla sua vita e a quella di tutti gli altri a bordo.

Avremmo preferito qualsiasi altra spiegazione Avremmo preferito, come ipotizzato in un primo momento, che tutto fosse avvenuto a causa di un malfunzionamento dei sensori di volo, com’era successo a novembre a un aereo simile che volava da Bilbao a Monaco. Un atto terroristico ci avrebbe riempito di rabbia e dolore, ma sarebbe stato meno sconcertante. Saremmo comunque stati di fronte a qualcosa di conosciuto, mentre in poco tempo ci siamo trovati ad affrontare l’infinitamente improbabile.

Solamente il sapere che Lubitz soffriva di depressione ci ha portato un po’ di sollievo e ora gli psicologi e gli psichiatri ci diranno se siamo davanti a un caso di depressione psicotica o se questo tipo di quadro medico può spiegare il comportamento del copilota.

Comprendere quel che è successo certamente ci aiuta, ma per quanto ascoltiamo gli “esperti” non siamo del tutto tranquilli. L’inquietudine ci deriva non solo dall’immaginare il dolore dei familiari e la fine tragica delle vittime. C’è di più. Il caso di Andreas Lubtiz ci sconvolge perché mette in discussione il nostro modo abituale di conoscere e di comportarci.

Le regole per conoscere l’attitudine psicologica dei piloti le ha fissate in tutta Europa la Joint Aviation Authorities. Finora richiedono un controllo annuale, ma pare che quanto accaduto martedì porterà a un loro cambiamento. La sicurezza aerea migliora proprio grazie a quel che si apprende dai disastri ed è sorprendente che nessuno si fosse accorto del problema del copilota. Sappiamo, però, che anche se moltiplicassimo all’infinito i controlli non avremmo una garanzia assoluta su quelle persone in cui dobbiamo riporre fiducia.

Ci fidiamo dell’autista dell’autobus, del cibo che compriamo al supermercato o che mangiamo al ristorante. La compagnia degli autobus, così come il supermercato o il ristorante, ci risultano degni di credito. Li conosciamo da tempo, hanno funzionato sempre bene. È logico che agiamo in questo modo, questo tipo di conoscenza è così sicura perché comprovata empiricamente. Tutta la nostra vita si basa su esercizi di fiducia. 

Tuttavia siamo inquieti, perché sappiamo che, come nella conoscenza diretta, anche nella conoscenza indiretta ci sono rarissime eccezioni. In questo caso l’eccezione ha avuto a che fare con la decisione di un uomo. Non potremo mai sapere se il suo è stato un comportamento libero, ma in ogni caso siamo dinanzi a qualcosa di indecifrabile che procura vertigini.

Nessuna analisi psichiatrica può descrivere tutti i fattori che provocano un atto del genere. La radice di questo male resta come un’incognita, la grande incognita del volo Barcellona-Dusseldorf. Possiamo ben dire, con Hannah Arendt, che il male si è rivelato più radicale del previsto. A noi cittadini dello Stato moderno è stato fatto credere che il monopolio della violenza da parte dell’Amministrazione fosse sufficiente a risparmiarci qualunque danno. E questa ingenuità di fronte all’iniquità ci rende tutti più violenti. Convinti che non sia necessaria alcuna redenzione prendiamo a spallate la porta che trasforma il male – sempre più radicale del previsto – in un enigma indecifrabile. E finiamo per farci male.

L’analisi in questo caso è inutile. Possiamo solamente sperare che il male sia sconfitto, possiamo solamente aspettare una vittoria.

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