Fuga dei cervelli, la nuova semina

- Giorgio Vittadini

Per la prima volta in dieci anni il numero di italiani all’estero per lavoro supera le 100mila unità. Che cosa significa davvero? Lo spiega GIORGIO VITTADINI

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E’ ufficiale: gli italiani hanno cominciato una nuova, massiccia emigrazione dopo gli anni del dopoguerra. Non più emigranti con grado d’istruzione inferiore, ma laureati, giovani ed anche molto qualificati. Ma è proprio una tragedia, come pensano in molti? Innanzitutto il numero, che è da record. Secondo i dati riportati dal Sole 24 Ore relativi all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), nel 2014, per la prima volta nel corso degli ultimi dieci anni, coloro che sono andati via dall’Italia hanno superato i centomila: 101.297 contro i 94.126 dell’anno precedente. E potrebbero essere anche di più, visto quanto dicono gli uffici di statistica dei Paesi di approdo. In Gran Bretagna, ad esempio, si stima in 51mila, dunque ben quattro volte di più di quanto ha ufficializzato l’Aire, il numero di italiani che nel 2014 ha fatto richiesta della sicurezza sociale per poter lavorare. 

Al primo posto tra le mete scelte torna la Germania (14.270 persone), mentre, dopo un anno, scende al secondo posto il Regno Unito (13.388). Gli altri Paesi scelti dai nostri connazionali sono: Svizzera, Francia, Argentina, Brasile, Stati Uniti, Spagna, Belgio e Australia. La stragrande maggioranza degli emigranti si è mossa nel nostro continente, 66.376, mentre 16.146 persone si sono recate in America Latina.

Colpiscono però anche altri aspetti del fenomeno: la maggioranza di questi emigranti provengono dalla regione italiana più ricca e socialmente stabile, la Lombardia (18.425 persone) e dal benestante Centro-Nord: solo tre regioni del Sud infatti compaiono tra le prime dieci. E ancora: sono i giovani la maggior parte di coloro che parte: la fascia dei 20-30enni supera quella dei 30-40enni, e i più giovani sono, anche in questo caso, i lombardi.

Quanto sta accadendo contiene punti di continuità e di discontinuità rispetto alla storia recente del nostro Paese. La continuità: oggi si tende a dimenticare che l’Italia è sempre stato un Paese di emigranti fin dalla sua unità politica, e in particolare dal 1880, anno della crisi dell’ulivo e della vite, quando decine di milioni di italiani furono costretti ad andare in tutto il mondo a fare i lavori più umili. Solo con gli anni del boom il fenomeno si era arrestato.

Ma, e questo è il punto di discontinuità, adesso, si dice, è tutto diverso: emigrano i migliori quando la barca va a fondo; e chi ha ruoli di responsabilità non è in grado di trattenere i più qualificati lasciando che l’investimento in istruzione pagato dai contribuenti italiani vada a vantaggio dei Paesi esteri. Come facciamo a risollevarci se non teniamo i migliori e le energie più vitali? E più di un giovane con offerte di lavoro qualificato all’estero decide di rimanere perché – si sente dire – “l’Italia ha bisogno di te”.

Ma è giusto stracciarsi le vesti di fronte a chi decide di emigrare? A differenza che nell’emigrazione passata la gran parte di chi parte oggi non lo fa alla cieca, perché parte con in mano offerte di lavoro in università prestigiose o in multinazionali all’avanguardia.

Questo deve far riflettere sulla qualità delle nostre università, nonostante l’opinione comune costruita su valutazioni di qualità – questa sì – dubbia. Se di fuga dei cervelli si tratta è perché i cervelli sono stati formati da atenei in grado di rendere i nostri giovani tra i più appetibili. E’ importante esserne consapevoli, come è importante rendersi conto del valore dell’impostazione culturale (fondata su realismo e metafisica) che rende questi ragazzi vincenti, oltre alla loro preparazione.

Un’ultima considerazione è però importante per concludere che non è affatto una tragedia che i giovani facciano carriera all’estero. Quanto sta accadendo, infatti, è che questi emigranti “fanno rete”, tengono rapporti con l’Italia, costruiscono nuove opportunità di ricerca e di formazione per gli atenei italiani, aprono possibilità di business per le imprese nostrane più competitive, accendono negli stranieri della upper class l’interesse per il nostro Paese (sono sempre di più gli statunitensi che studiano l’italiano).

Questi giovani laureati italiani fanno quello che il nostro sistema Paese non riesce a fare, impegnato com’è a complicarsi nella burocrazia, a discutere in mediocri talk show, a instupidirsi in programmi di intrattenimento televisivo americaneggiante e commerciale… Questi ragazzi, non accontentandosi, rilanciano lo sviluppo e la cultura italiana con la loro stessa carriera lavorativa, cogliendo le opportunità che la vita offre loro, senza dimenticare il Paese di origine. Senza paura di esagerare, si può dire che sono uno dei fattori di uscita dalla crisi in cui versa l’Italia: noi che rimaniamo dovremmo saperlo riconoscere e sostenere.

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