Cuore e ragione “mobili”

L’edizione 2015 del Salone del Mobile è occasione per riflettere sull’unico comparto produttivo italiano che grazie all’export risulta in attivo. Lo spiega GIORGIO VITTADINI

17.04.2015 - Giorgio Vittadini
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Salone del mobile 2015 (Infophoto)

Il Salone del Mobile in corso in questi giorni alla fiera di Milano è un evento particolarmente significativo, per ragioni ben più importanti che non quella di essere la prova per l’Expo. Gli imprenditori e gli artigiani dell’arredo e suoi complementi, riuniti nella manifestazione fieristica di settore più importante del mondo, sono la chiave per capire il grande paradosso italiano, quello di un Paese in cui il Pil non cresce, ma dove alcuni comparti dell’economia macinano numeri da record.

L’Italia è infatti uno dei primi cinque Paesi al mondo per utile commerciale manifatturiero. All’interno di questo comparto, uno dei settori che tira maggiormente è proprio quello del legno-arredo, con più di dieci miliardi di surplus. L’industria italiana del mobile a livello mondiale è seconda solo a quella cinese e il nostro Paese è tra i primi tre esportatori al mondo per saldo commerciale di ben 18 prodotti del legno-arredo. Cosa fa sì che chi “va”, “vada” così bene? La crisi e il conseguente cambiamento a cui è chiamata la nostra economia in questi difficili anni di transizione sono fenomeni complessi da analizzare e anche le grandi istituzioni internazionali infilano una previsione sbagliata dietro l’altra. Però alcuni dati sono certi. 

Il garante per le micro, piccole e medie imprese del Ministero dello Sviluppo Economico in una relazione ha, per esempio, affermato che “il ‘rinascimento produttivo’ può essere trainato dalle Pmi innovative, internazionalizzate, aggregate in rete (cosiddette piccole imprese di “fascia alta” o di “middle class”), che coinvolgono i lavoratori “della conoscenza”, hanno delle performance di fatturato superiori alla media dei loro settori di appartenenza, sono in grado di creare posti di lavoro, si finanziano attraverso canali alternativi al credito bancario”. Inoltre è certo che le Pmi innovative sono in grado di ridurre al minimo gli effetti negativi della crisi: tra il 2008 e il 2013 la riduzione di fatturato è stata del 9% per le imprese che non brevettano e soltanto del 3% per quelle innovatrici.

Queste considerazioni però non rispondono ancora alla domanda: cosa fa sì che qualcuno si rimbocchi le maniche e riesca a farcela, a creare non solo qualcosa che “funziona”, ma anche di bello e di unico? Autorevoli commentatori stranieri si sono espressi sul fenomeno italiano, unico al mondo per imprenditorialità diffusa, e per la qualità dei manufatti. Tra loro, ad esempio, Michael Porter nel suo “The Competitive Advatage of Nations” ha affermato che “la superiorità della creatività e del gusto italiano” si è formata nel tempo grazie al fatto “di vivere in mezzo a capolavori”, “in un museo all’aria aperta”, “in un’armonia e in una varietà del territorio incomparabile, plasmato dall’opera impareggiabile dell’uomo”, “dall’influenza ricevuta dall’incredibile varietà di popoli, usi e culture con cui gli abitanti del suolo italiano sono venuti in contatto nei secoli” e che ha fatto dell’Italia un popolo di “innesti e innestatori in un’integrazione virtuosa di saperi” dove “stili, materiali e sapori diversi” sono accostati e combinati con armonia da un talento tutto italiano. 

I prodotti belli, innovativi e tecnologici che si vedono al Salone del mobile sono pensati e fatti da persone che hanno nutrito la loro immaginazione, oltre che le loro capacità tecniche; la loro soggettività è intervenuta per scegliere, modellare, creare, guidare anche l’uso della tecnica. 

Non ha senso continuare a contrapporre conoscenza scientifica, tecnologica e fattore umano, capacità creativa e di innovazione, cultura scientifica e umanistica. Nelle analisi di questi fenomeni prima o poi bisogna tornare a mettere al centro ciò che gli atenei di economia hanno da tempo bandito: il fattore umano. Quante imprese del resto sono state svendute agli stranieri o addirittura chiuse non perché non fossero più competitive ma perché i figli non avevano più la voglia e la capacità di lottare dei padri? Il nostro Paese è ricco di storia, ma non abbiamo l’indole dei conservatori. Una giusta irrequietezza ci ha sempre spinti ad andare oltre, a creare, a guardare al futuro senza dare nulla per scontato di ciò che si aveva.

Questo è almeno quanto si trova nel nostro DNA. Allora, mentre si continua e si deve continuare a parlare di quantitative easing, di jobs act, di credito alle imprese, quando in questo fine settimana al Salone del mobile ci fermeremo ad ammirare una sedia, un letto, un mobile da ufficio, non sarà inutile ricordarsi che dietro non c’è un uomo “pizza e mandolino” e nemmeno il mega esperto di una società di consulenza, ma qualcuno che ha messo in moto ragione e cuore.

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