Politica, persone contro il deserto

- Fernando De Haro

In Spagna la notizia dell’arresto di Rodrigo Rato, protagonista di un’epoca importante per il Paese, porta a riflettere sulle condizioni della politica. Come fa FERNANDO DE HARO

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Bandiera spagnola, immagine d'archivio

Rodrigo Rato è stato arrestato. La notizia è arrivata giovedì, accompagnata da un misto di shock, incredulità e, perché nasconderlo, soddisfazione, quella strana strisciante ricompensa, frutto dell’invidia, che si sente quando cade qualcuno di potente. Rato lo era stato all’epoca di José María Aznar, tra la metà degli anni Novanta e il 2004, quando è stato sia ministro dell’Economia che vice Premier. La sua stella è andata anche oltre, dato che è stato direttore del Fondo monetario internazionale fino al 2007. Rifondatore della destra spagnola, efficace e duro nell’opposizione al “regime socialista”, potente vicepresidente economico, brillante parlamentare, amico della stampa di sinistra… C’è stato un tempo in Spagna in cui nessuna grande azienda o banca si è mossa senza avere il suo permesso. 

Era uno dei pochi politici rispettato dai giornalisti. A lui è stato attribuito il secondo miracolo economico spagnolo: aver favorito la creazione di 5 milioni di posti di lavoro, aver reso il Paese di moda. Quando era al comando, tutti in Europa volevano essere spagnoli. E ora il grande uomo è stato arrestato per possibili reati di frode fiscale, occultamento di beni e riciclaggio di denaro. È la terza causa in pochi mesi. In una di queste, relativa all’Ipo di Bankia, è accusato di aver truffato decine di migliaia di azionisti.

Il governo di Rajoy sembra un pugile suonato. Il primo ministro, contro ogni evidenza, era convinto che la ripresa economica gli avrebbe restituito i 5 milioni di elettori persi. Forse ora si sarà finalmente reso conto che gli spagnoli non chiedono soluzioni solo per la crisi economica, ma anche per quella istituzionale. Gli analisti ripetono che la Spagna affronta un cambiamento ciclico. Ma di quale ciclo stiamo parlando? 

Dal ritorno della democrazia in Spagna abbiamo avuto tre grandi cicli politici e due epiloghi. Il primo ciclo è stato quello della Transizione, quando un’intera generazione di politici si è riunita per governare e dotare il Paese di una Costituzione. Tale periodo si è concluso con lo scioglimento dell’Udc, il partito creato appositamente per quello scopo. I socialisti, con Felipe González hanno quindi preso il sopravvento. I giovani del Psoe erano socialdemocratici appoggiati da Germania e Stati Uniti: con la loro idea di sinistra moderna, che lasciava i comunisti ai margini, hanno cominciato a modernizzare il Paese. Dopo soli 14 anni di governo, la corruzione li ha però spediti a casa: è così finito anche il loro ciclo. Aznar e Rato hanno saputo forgiare una destra liberale, all’altezza della situazione e meno statalista, che ha portato a una seconda modernizzazione. 

Dal 2004 sono iniziati i due epiloghi. Il primo è quello degli otto anni di Zapatero. Il secondo è quello di Rajoy, che dopo quattro anni ha normalizzato la situazione economica, ma si è limitato a gestire anziché fare politica. È da dodici anni che in Spagna non esiste un vero e proprio ciclo politico. In questo lasso di tempo la partitocrazia è aumentata e il capitale di legittimità delle istituzioni si è dissolto.

Il ciclo socialista si è concluso nel 1994 con l’arresto di Mariano Rubio, ex governatore della Banca di Spagna ai tempi di Felipe González. L’arresto, anche se solo per poche ore, di Rato può significare non solo la fine del ciclo o dell’epilogo dei popolari, ma può anche essere la fine del periodo iniziato con la Transizione. Il problema è che ora non c’è un politico con personalità come nel caso di González e Aznar. Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, che guadagna consensi in un lampo, è ancora troppo acerbo: non è nemmeno deputato. E deve condividere il desiderio di rinnovamento con Podemos, la formazione populista di Pablo Iglesias.

Cosa fare di fronte a questo deserto politico? Pochi giorni fa lo storico Juan Pablo Fusi, uno degli intellettuali più rigorosi e più liberi del momento, ha detto a Encuentromadrid che “la Spagna ha sicuramente bisogno di una rigenerazione politica e istituzionale, ma quello che più occorre è un dibattito nazionale su cos’è una società giusta, su quello che si dovrebbe considerare o meno un diritto”. 

In quello stesso incontro, il sociologo Fernando Vidal ha osservato che vi è un desiderio di cambiamento e che sarebbe sbagliato canalizzarlo verso una “ri-statalizzazione”. “Ciò di cui la Spagna ha bisogno – ha detto Vidal – è un soggetto, la società civile. Imprenditori, professionisti, quartieri, istituzioni civili… sono il soggetto delle istituzioni pubbliche. Ciò di cui abbiamo bisogno sono le persone”.

Ci serve un nuovo ciclo basato sulla persona? Nulla che abbia a che fare con l’anarchismo liberale. Lo Stato, i partiti, le istituzioni saranno sempre necessarie. Ma può darsi che ora l’energia sia ora da un’altra parte e che sia il momento di compiere una transizione in pendenza: quella della società civile.

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