Vecchio o nuovo stalinismo?

- Petr Nagibin

Si potrebbe non credere che in Russia si stia affermando un nuovo totalitarismo; intanto, il 39% dei cittadini russi ha un’opinione positiva della figura di Stalin. PETR NAGIBIN

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Mosca, tributo a Stalin (Infophoto)

Il 7 aprile 1935 l’Unione Sovietica abbassò il limite di applicabilità della pena di morte ai dodicenni. State leggendo bene: qualche tempo prima di lanciare il famoso slogan «La vita è diventata migliore, compagni, la vita è diventata più allegra», Stalin aveva prescritto che si potessero condannare a morte dei bambini di 12 anni. Poi la vita diventò migliore, secondo lui.

Niente lezioni di storia, per carità: il problema è che il 31 marzo di ottant’anni dopo, cioè pochi giorni fa, secondo i risultati di un’inchiesta del Centro Levada di Mosca (il più autorevole centro russo per il rilevamento della pubblica opinione), il 39% dei cittadini russi ha un’opinione positiva della figura di Stalin; più in dettaglio, il 2% lo guarda con ammirazione, il 30% con stima e il restante 7% con simpatia, mentre solo il 20% ne dà un giudizio negativo e il 30% resta indifferente. Quindici anni fa i sostenitori di Stalin avevano più o meno la stessa percentuale, il 38%, ma i contrari erano il 43% e gli indifferenti appena il 12%.

Il quadro diventa ancora più sinistro se si considera che si sta sviluppando una vasta campagna per equiparare l’antisovietismo alla russofobia e all’antipatriottismo: una campagna nella quale tutti i meriti della vittoria nella seconda guerra mondiale e contro il nazismo vengono attribuiti allo stesso Stalin. Anzi, si è arrivati addirittura a considerare ogni denuncia dei crimini dell’epoca sovietica come una forma di riabilitazione del nazismo. Ed esiste persino un movimento di «ortodossi stalinisti», cioè di membri della Chiesa ortodossa che vorrebbero una riabilitazione di Stalin; quest’ultimo movimento è così diffuso ed ha appoggi così in alto che si è dovuto scomodare persino il metropolita Ilarion, presidente del Dipartimento Relazioni Esterne della Chiesa Ortodossa Russa, per invitare tutti, credenti e non, a «rinsavire», facendosi un giro nell’ex poligono di Butovo, nella periferia di Mosca, dove tra il 1937 e il 1938 vennero fucilate non meno di 20mila persone assolutamente innocenti.

E tuttavia si resterebbe ancora alla superficie di quanto sta avvenendo se non ci si rendesse conto di qualcosa di ancora più preoccupante che, in questo modo, si sta diffondendo nell’opinione pubblica; sta in effetti prendendo sempre più piede l’idea che non vi sia alternativa a una forma di potere assoluto, e che questo potere non sia responsabile di fronte alla società. Il fatto che gli indifferenti su un problema così grave siano passati in quindici anni dal 12 al 30% la dice lunga in questo senso: la gente sta assuefacendosi a non parlare, a non prendere posizione, a delegare questa funzione allo Stato che diventa portavoce, rappresentante e custode dei supremi valori nazionali, culturali e religiosi. 

E anche a questo proposito non deve passare inavvertita la campagna di moralizzazione e di censura che sta portando le supreme istituzioni del paese, lo Stato e la stessa Chiesa ortodossa, a farsi paladini della moralità pubblica con interventi censori sempre più diffusi, capillari e assolutamente fuori luogo, come si è visto nel recente caso delle polemiche legate al caso della messa in scena del Tannhäuser a Novosibirsk, quando una regia più o meno discutibile è servita da spunto per l’esplosione di una campagna di indignazione di massa a livello nazionale (assolutamente ideologica e artificiale, perché lo spettacolo non era stato visto se non dai pochi spettatori delle prime repliche) e per gli opportuni interventi di «pulizia culturale» da parte del potere (sostituzione di responsabili, dirigenti, ecc.).

Lo Stato difende la moralità, ingerendosi come ai tempi di Stalin nel mondo della cultura, e l’esito paradossale è quello di un sempre più diffuso amoralismo che rende la gente incapace di giudicare. Non è un caso in questo senso, per ritornare all’indagine del Centro Levada, che il 57% degli intervistati sia contrario a giudicare Stalin un criminale di Stato e il 18% non si ritenga comunque in grado di esprimere un parere. Assolutamente in linea con questa posizione è il fatto che il 45% del campione esaminato ritenga che le vittime dell’epoca staliniana siano giustificate dai grandi scopi che il regime sovietico si era prefisso e dai risultati che vennero effettivamente raggiunti.

E qui tocchiamo il vero punto nevralgico della situazione che si sta creando in Russia e che si sbaglierebbe a ridurre alla pura questione della crisi con l’Ucraina o con l’Occidente: sta riprendendo forza e attendibilità l’idea che la persona non sia un valore assoluto, che ci possano essere delle cause, dei fini e dei valori in nome dei quali sacrificare delle vite umane. Accettare questa forma di pensiero è il primo passo per l’edificazione di un sistema totalitario, dove si diventa incapaci di giudicare in quanto non si sa più distinguere il bene dal male; poi si può fare di tutto e giustificare tutto: il male diventa banale.

Se l’Occidente e la sua opinione pubblica non capiscono questo elemento discriminante e si lasciano convincere che tutto dipenda dai giochi di potere tra i grandi della terra e dall’astratta necessità storica, non è forse perché essi stessi non sono più capaci di giudicare e hanno cominciato a credere che ci siano delle cause in nome delle quali si possono anche compiere dei crimini altrimenti ingiustificabili? Al di là di una pur forte indignazione e di bellicose dichiarazioni di intenti, che restano quasi sempre pure esternazioni sentimentali (se non diventano, peggio, delle dannose manifestazioni di forza), la debolezza dell’Occidente di fronte al terrorismo o al fondamentalismo non dipende forse da questa incapacità di giudicare come dei crimini quelli che, appunto, altro non sono se non dei crimini, a prescindere dall’idea in nome della quale sono stati compiuti? 

A partire da questa incapacità di giudizio, poi, non ci si può più muovere, si resta prigionieri di un’inerzia quasi suicida per timore che la difesa delle persone reali possa essere scambiata come una volontà di imporre le proprie idee e la propria visione del mondo. Anzi, essendo ormai convinti che a questo mondo esistano solo i valori astratti o le altrettanto astratte e misteriose leggi della geopolitica.

Capire più a fondo la questione russa e non tornare a farsi ingannare dalle idee astratte, finendo poi col mettere queste idee (e magari qualche interesse economico) prima degli uomini reali, potrebbe aiutare non poco lo stesso Occidente.

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