Nessuno mi può giudicare

- Giorgio Vittadini

Puntuali come sempre, le prove Invalsi sono state accolte con proteste e boicottaggi, che poi si sono rivelati minori dei proclami. L’editoriale di GIORGIO VITTADINI

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L’abituale circo mediatico in occasione dei test Invalsi non si è fatto attendere. Come dicevamo già una settimana fa, in Italia scatta sempre un “aut aut” quando si tocca la scuola. Poco più di una settimana fa abbiamo visto la mobilitazione sindacale contro la riforma La Buona Scuola celebrata come una rivolta popolare di massa, in questi giorni assistiamo a un presunto boicottaggio dell’Invalsi. Si sprecano poi su quotidiani vari i blog di docenti e insegnanti che spiegano perché hanno imposto agli studenti di non svolgere le prove. Sui social non sono mancate in questi giorni foto di prove ricoperte di insulti e disegnini con i commenti di insegnanti che si compiacevano di aver spinto i ragazzi a boicottarle. Della serie: io so cosa è giusto e voi no, che ricorda tanto l’Alberto Sordi del film Il Marchese del Grillo. Oppure, Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu, che cantava Caterina Caselli. Studenti insomma che sembrano pedine di un malcontento altrui.

I test, che mirano a valutare il grado di preparazione degli studenti delle scuole elementari (secondo e quinto anno), delle scuole medie (terzo anno) e del liceo (secondo anno) per fornire informazioni di tipo statistico e valutazioni importanti sul livello di insegnamento e di apprendimento al ministero dell’Istruzione, sono stati contestati come sempre dai Cobas scuola, mentre la Cgil strizzava l’occhio compiaciuta.

Grande enfasi alle agitazioni dunque, con l’annuncio di un boicottaggio anche là dove poi non c’è. I dati diffusi dall’Invalsi infatti ridimensionano molto la protesta: la partecipazione ai test del 6 e 7 maggio nelle classi di scuola elementare è stata dell’89,56% nelle classi delle primarie e del 77,36% nelle classi delle secondarie.

Va detto che sicuramente esiste un malcontento che ha anche motivazioni accettabili, a cominciare dal metodo con cui i test Invalsi fecero la loro apparizione, calati dall’alto dal ministero dell’Istruzione ai tempi della gestione Fioroni. Il metodo degli stessi test può suscitare dubbi e critiche: per alcuni essi riducono la portata della valutazione, che è un fatto interpersonale e articolato, così come viene normalmente inteso nella prassi quotidiana scolastica. I quiz “a crocette” infatti non possono misurare capacità complesse come quella di cogliere e comprendere il significato di un canto del Paradiso o la procedura con cui viene affrontato un problema di matematica. In questo senso, i test sarebbero espressione di una cultura riduttiva in cui “competenze” e “misurazione” sono considerate in modo fuorviante. Test pappagallo insomma, dove scompare la valutazione critica e si premia solo chi ha buona memoria. C’è anche chi contesta la genuinità e la comparabilità dei risultati, a causa di docenti ritenuti compiacenti nei confronti degli studenti. Sarà per questo ultimo motivo che questo tipo di test in tutti i Paesi europei vengono valutati non dai docenti ma da personale esperto esterno. Lo si era proposto anche in Italia ma, ahimè, “costerebbe troppo”. 

Le critiche poi dai test passano all’Invalsi che, secondo alcuni, dovrebbe limitare la propria funzione a un’analisi generale (non su singole scuole), svolgere ricerca didattica, essere meno autoreferenziale e più aperto a critiche e contributi su scelte di contenuto e di metodo statistico.

Se le prove Invalsi pretendessero di esaurire il processo di valutazione della scuola italiana, di essere l’unico metro di giudizio, sarebbero senz’altro riduttive. Ma come dice il DPR 80/2013, il regolamento del Sistema nazionale di valutazione approvato in extremis dal governo Monti, le prove Invalsi non intendono affatto essere questo, e nemmeno intendono sostituire la prassi valutativa che è parte della vita stessa di una scuola.

La natura di una rilevazione standardizzata serve a misurare l’occorrenza di certe caratteristiche (errori) in un gruppo di persone. “L’obiettivo principale degli studi in ambito educativo – dice Stefania Mignani, ordinaria di statistica nell’Università di Bologna – è quello di identificare quali fattori riguardanti l’insegnamento, l’individuo e l’ambiente dell’apprendimento possono spiegare variazioni nei risultati degli studenti. Sulla base dei risultati della valutazione è possibile fare diagnosi precise dei punti di forza e di debolezza del sistema scolastico e delle singole scuole. La valutazione pone quindi le premesse per il miglioramento organizzativo e didattico”.

In altre parole, i test Invalsi sono un indice, non sufficiente ma necessario perché una funzione di interesse pubblico così importante, come è quella educativo-formativa, risponda davvero agli interessi che le competono. I test vogliono fornire indicazioni utili soprattutto a scopo di auto-miglioramento e non c’è ragione per cui vengano interpretati in senso punitivo. I dati infatti vengono usati nel contesto di un piano che serve a migliorare le scuole, passando per il RAV (Rapporto di autovalutazione, già dal prossimo mese di settembre), la predisposizione di un piano di intervento sulle lacune e – finalmente – l’ispezione esterna.

Le critiche più feroci ai test qualche sospetto lo destano. E fanno pensare più a un rifiuto autoreferenziale nel lasciar valutare il proprio operato come se conoscere i propri errori e le proprie lacune dovesse per forza umiliare e non fornire invece possibilità per migliorarsi.

Non è più tempo di rimandare alcune domande sul nostro sistema di istruzione: perché certe regioni ottengono risultati peggiori di altre se tutto nel sistema è concepito per l’uguaglianza? Forse che il sistema burocratico centralistico anti paritario e anti autonomia produce iniquità? Non conviene a tutti, a partire dagli studenti, sapere dove e su quali punti occorre elevare la qualità?

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