Benedetto e Francesco, “consigli” per un nuovo Stato

- Fernando De Haro

Per tanto tempo si è chiesto allo Stato di farsi da parte per lasciare maggior spazio alla società. Questo modello però, spiega FERNANDO DE HARO, non basta più

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Lo slogan “più società meno Stato” è stato utilizzato negli anni 90 per rivendicare un maggior protagonismo della società civile nello spazio pubblico. Ora sembra essere una formula troppo semplice, superata dalle nuove circostanze. È una delle conclusioni che si possono trarre da una lettura attenta del libro “Autonomia per la società”, che verrà presto pubblicato in Spagna da Ediciones Encuentro, in collaborazione con www.paginasdigital.es. Nel testo diversi specialisti si occupano di politiche settoriali con cui introdurre la sussidiarietà nel sistema regionale.

Venticinque anni fa, quando erano ancora vivi nella memoria i regimi marxisti che avevano dominato parte dell’Europa, c’era una preoccupazione logica riguardo il ruolo dello Stato: bisognava fermare la sua pretesa di essere l’unico protagonista sia nella gestione dei servizi pubblici che nella “crescita di un buon cittadino”. Lo Stato doveva garantire stabilità giuridica e costituzionale, facilitare la prosperità economica, rinunciare a qualsiasi lavoro educativo e lasciare spazio ai corpi intermedi. 

Si tratta di una richiesta che continua a essere giusta, ma che deve essere precisata e completata. La globalizzazione, gli effetti negativi della deregulation – a cui si deve buona parte della crisi – e il contributo del “pensiero sociale” degli ultimi due Papi hanno mostrato fino a che punto sia necessario ripensare il rapporto tra società e Stato.

Lo slogan “più società meno Stato” può essere interpretato in chiave liberale, e di fatto è ciò che è successo in diverse occasioni negli ultimi anni, con conseguenze negative che sono sotto gli occhi di tutti. In Spagna questa interpretazione rimane dominante perché non si riesce a concepire che esista qualcosa di importante tra Stato e mercato. Se lo slogan degli anni ’90 si ripete senza portare a termine un lavoro culturale e antropologico e senza valorizzare il ruolo dell’Amministrazione, è facile che prevalga una sensibilità “economicista”. Una sensibilità in base alla quale un Governo viene giudicato soprattutto sulla sua capacità di favorire la creazione di ricchezza. Questo significa, però, dimenticare che non esiste una politica, e nemmeno un’economia, che sia neutrale.

Nella storia europea abbiamo visto come in molti casi la società civile è stata ridotta a società economica e quest’ultima a interessi. Il carattere autonomo dell’economia, il background culturale e antropologico di gran parte del capitalismo del XXI secolo, è stato da molti identificato come parte del processo di secolarizzazione e come espressione della perdita di importanza della persona.

Non è facile sfuggire a questa logica per cui la somma degli interessi dei cittadini e delle iniziative sociali è capace di generare “di per sé” una città migliore. Ma quanto è successo negli ultimi quindici anni ci ha dimostrato che non vi è nulla di meccanico. Anche le opere sociali si devono sottomettere al tribunale del bene comune. Ed è qui che lo Stato ha un ruolo decisivo da svolgere. 

Non solo come un arbitro neutrale, ma come promotore di iniziative che diano un contributo reale alla socializzazione. È la logica della relazione, della gratuità che costruisce la società. E lo Stato non può semplicemente limitarsi a farsi da parte per far spazio a quello che viene dal basso, ma deve essere coinvolto per selezionare, promuovere e indicare quelle opere che, di fatto, migliorano la coesione sociale e la solidarietà. 

L’Amministrazione non può interferire con gli ideali delle iniziative sociali, sempre che essi siano compatibili con la Costituzione, ma può e deve giudicarne i risultati. Non è una questione astratta. È un criterio decisivo per superare l’economicismo del momento e decidere con quali enti operare il passaggio dal welfare state alla welfare society, a quali organizzazioni dare l’erogazione di servizi in diversi settori, come la sanità, l’educazione, l’assistenza agli anziani, la cura delle dipendenze, ecc. Si potrebbe dire, in senso metaforico, che lo Stato recupererebbe uno scopo educativo: favorirebbe chi è utile a tutti rispetto a chi ha come unico obiettivo il proprio interesse particolare.

Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate, ha scritto: “L’economia integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i Governi ad una più forte collaborazione reciproca. Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato” (num. 41). Perché “nell’epoca della globalizzazione, l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà” (num. 38) e “ha altresì bisogno di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono” (num. 37). Parole a cui Francesco aggiunge che “non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate” (Evangelii Guadium, num. 204).

Dovremo trovare un altro slogan. Si accettano suggerimenti.

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