Francesco, Putin e la domanda di Emilija

- Giovanna Parravicini

Putin viene in Italia e incontra oggi papa Francesco. GIOVANNA PARRAVICINI spiega il vero significato di una visita in un momento in cui si è tornati alla Guerra fredda

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«Quando tutti, su una barca, si buttano da una parte, l’unica possibilità di salvarsi è che qualcuno si getti dall’altra parte»: in quest’immagine, usata a suo tempo da Sergej Averincev per spiegare il senso del movimento del dissenso, sta forse la chiave dell’attesa con cui il mondo intero guarda oggi alla visita di Vladimir Putin a papa Francesco.

Credo sia chiaro a tutti che le due fiancate della barca non si identificano con gli schieramenti pro e contro Usa e Russia a cui ci siamo abituati o che addirittura fomentiamo (anche tra cattolici!) a seconda delle convinzioni politiche o della visione di ciascuno. Anzi, questo modo di ragionare per schieramenti, per giochi politici è esattamente la fiancata della barca su cui tutti si sono buttati e che rischia di mandare a picco il nostro mondo.

No, è evidente che la logica di papa Francesco è un’altra: è la stessa logica che gli ha permesso di rivolgersi a Putin nel settembre 2013 coinvolgendolo nella responsabilità per le sorti del mondo in un momento nevralgico, delicatissimo, oppure che non gli ha fatto temere di «aprire» a Cuba – senza che nessuno, nonostante evidenti perplessità e imbarazzi, abbia mai avuto il coraggio di accusarlo di politicizzazione, di atteggiamenti «filo» o «anti» di nessun genere. Perché è troppo evidente che la sua è un’altra logica, che «brucia» duemila anni di storia e ci riporta nel cuore del Vangelo. È stato palese sabato, a Sarajevo, quando di fronte a memorie così diverse e martoriate di violenze ed eccidi reciproci Francesco ha avuto il coraggio di dire: «Quella persona, quel popolo che vedevo come nemico, in realtà ha il mio stesso volto, il mio stesso cuore, la mia stessa anima. Allora la vera giustizia è fare a quella persona, a quel popolo, ciò che vorrei fosse fatto a me, al mio popolo».

L’agenda internazionale dell’incontro con il presidente russo, che comprende un ventaglio di temi di carattere politico, sociale e anche – almeno indirettamente – ecumenico, difficilmente farà a meno di questo taglio. Una pia illusione? Una scommessa impossibile? Ma oggi per molti diventa una questione di vita o di morte, e non in senso figurato. Ieri ho incontrato Emilija, disperata: da due anni lavora a Mosca come donna di servizio per sostenere la famiglia in Ucraina e qualche giorno fa il figlio le ha comunicato che è stato chiamato al fronte, a Kramatorsk, in questa ripresa dei conflitti armati nella regione di Doneck: «Dal nostro paese (3mila abitanti circa), sono stati chiamati in 200. Dicono per un mese, ma chi sa la verità? Il fatto è che le grandi potenze combattono la loro guerra, di cui non sappiamo e non capiamo niente, ma la combattono sulla nostra terra, e i nostri figli ci muoiono». 

Questa brutta guerra – brutta per le violenze e le morti che semina, ma ancor più per i profondi solchi di scetticismo, di risentimento e di odio che crea, non è che la punta d’iceberg di una conflittualità che continua a serpeggiare in numerose aree dell’ex impero sovietico o di sua «influenza», coinvolgendo anche Chiese e confessioni religiose che in regioni come i Balcani o il Caucaso spesso si trasformano in casse di risonanza di rivendicazioni nazionaliste, ideologiche, anziché proporre soluzioni dettate dalla fede.

In queste circostanze fa gioco «caricare» sempre più l’immagine del nemico, macerarsi nella memoria di torti e ferite, del resto spesso reali e dolenti. È una dinamica che scatta tra coniugi, tra vicini di casa come tra potenze mondiali. Ma papa Francesco sabato ci ha indicato un’altra direzione, se vogliamo salvarci: «Abbiamo tutti bisogno, per opporci con successo alla barbarie di chi vorrebbe fare di ogni differenza l’occasione e il pretesto di violenze sempre più efferate, di riconoscere i valori fondamentali della comune umanità, valori in nome dei quali si può e si deve collaborare, costruire e dialogare, perdonare e crescere, permettendo all’insieme delle diverse voci di formare un nobile e armonico canto, piuttosto che urla fanatiche di odio».

È questa continua disponibilità alla riapertura, questa curiosità di attendere che l’altro possa cambiare, corrispondendo alla propria umanità autentica e non ai limiti in cui vorremmo rinchiuderlo, che ci lascia tutti un po’ straniti dalla personalità di Francesco. Ma anche speranzosi, che una volta tanto non sia la nostra triste logica a trionfare, ma la stima dell’altro nonostante la consapevolezza del male di cui siamo tutti impastati. Come ha concluso il Papa il suo discorso a Sarajevo: «Vorrei dirvi che questa è stata una storia di crudeltà, che oggi in questa guerra mondiale vediamo tante, tante crudeltà! Fate sempre il contrario della crudeltà. Abbiate atteggiamenti di tenerezza, di fratellanza, di perdono, e portate la croce di Gesù Cristo. La Chiesa, la santa Madre Chiesa vi vuole così: piccoli, piccoli martiri davanti a questi martiri, piccoli testimoni della croce di Gesù».

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