Il dialogo possibile

- Giorgio Vittadini

In un momento storico in cui guerre sanguinarie distruggono antiche convivenze, anche in occidente si assiste alla crescita dei muri. L’editoriale di GIORGIO VITTADINI

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Immagine di archivio

Sono in atto cambiamenti epocali che portano con sé contrasti da cui sembra impossibile uscire: divisioni che appaiono insanabili, esodi di popoli, guerre, interessi da difendere… Sembra che l’unico modo per rapportarsi sia il muro contro muro di schieramenti diversi, incapaci di dialogo. E procedono a colpi di slogan, proclami e anatemi, che poi non cambiano nulla della situazione esistente.

Se c’è un luogo che simboleggia tutto questo è senza dubbio il Medio Oriente. Ma non solo.

Qualche giorno fa, in un incontro pubblico all’Università Bicocca, ho avuto modo di ascoltare Padre Pierbattista Pizzaballa, teologo e biblista italiano dell’Ordine dei Frati Minori, Custode di Terra Santa dal 2004. Non era la prima volta che lo incontravo, aveva ad esempio inaugurato il Meeting di Rimini nel 2014, ma non avevo mai capito quanto il suo modo di giudicare i fatti, non solo del Medio Oriente, sia decisivo anche per la nostra vita quotidiana, dato il contesto in cui viviamo in questo inizio estate 2015. Non mi ero ancora accorto di quanto ci sia bisogno di uomini così, che sanno guardare il futuro con realismo, fede e speranza, pur immersi in situazioni drammatiche nel presente. Sguardi che travalicano la situazione in cui vivono e sono capaci di indicare una prospettiva desiderabile anche in una società come la nostra, dove i muri crescono ogni giorno ormai in ogni campo, dalla politica all’immigrazione alle questioni etiche.

“Io non posso essere cristiano senza il mio rapporto con musulmani ed ebrei… Mi rifiuto di pensare di non poter parlare con 18 milioni di ebrei o con un miliardo e 700 milioni di musulmani: anche loro sono fondamentali per aiutarmi a scoprire cosa sia la mia esperienza cristiana. Dall’incontro nasce qualcosa di nuovo dove non vengono cancellate le differenze, ma arricchite”, ha detto Padre Pizzaballa.

“Parlando con l’altro, le sue domande, le sue provocazioni, ti fanno trovare qualcosa di te che non conoscevi”. Per questo “lo devo accogliere criticamente, ascoltare, devo entrarci in dialogo. La mia identità non può prescindere dalla realtà, la realtà è provvidenziale per costruire la mia identità”. E’ uno dei passaggi fondamentali con cui ha raccontato il suo modo di essere cristiano in Medio Oriente.

Quello che accade oggi in quelle terre è il risultato di una situazione che ha scardinato secoli di convivenze, dove le diverse comunità etniche e religiose coesistevano in modo non sempre pacifico ma naturale e plurisecolare.

L’appartenenza religiosa, che in quei luoghi coincide con l’elemento identitario, ha detto il Custode di Terrasanta, determina ogni istante della vita, ma oggi ha finito per costruire barriere che separano e dove ognuno vive temendo l’altro, se non facendo guerre sanguinarie, come quella tra sciiti e sunniti che ha distrutto la Siria. E le divisioni non sono solo tra cristiani, ebrei e musulmani, ma anche tra credenti della stessa confessione ma di una setta diversa. 

Non succede così però nella vita concreta, “spicciola”, come la chiama lui, quella dei rapporti quotidiani: “Ho visto donne islamiche con il velo ai funerali dei cristiani uccisi ad Aleppo, così come ho visto cristiani andare ai funerali dei loro vicini di casa musulmani… Oppure in ospedale vedi un rabbino e un palestinese nella stessa stanza, l’infermiere arabo che cura un ebreo, e così nei diversi ambiti della vita”.

Se le identità – anche quelle cristiane – sono espresse come somma di valori e regole, invece di costruire la pace e la civiltà creano ghetti che dividono e poi esplodono in conflitti. Invece, secondo Padre Pizzaballa, la propria identità, soprattutto quella cristiana è da imparare nell’esperienza quotidiana, nella testimonianza umile di fronte alla realtà di tutti i giorni. Il custode di Terra Santa racconta di quando era studente all’università ebraica di Gerusalemme e un suo amico ebreo, dopo aver letto il Vangelo, gli aveva detto: “E’ un libro bellissimo, Gesù è davvero un personaggio eccezionale, ma perché alla fine lo avete fatto risorgere? Non c’era bisogno”. Pizzaballa era rimasto interdetto: “Riuscivo a pensare solo alle cose del catechismo, altro non sapevo dire”. Lui, che era cresciuto fin da bambino in un ambiente cattolico poi si era fatto frate, ha dovuto rimparare esistenzialmente cosa vuol dire resurrezione. E così ogni giorno e in tanti altri incontri: la testimonianza serve a capire quello che vivi, non è qualcosa che viene prima e deve essere opposto agli argomenti degli altri.

Così, pur nella distruzione e nella guerra, si rinnova quel che avvenne nell’incontro tra san Francesco e il sultano ottocento anni fa in piena crociata, ancor oggi uno dei momenti più significativi del dialogo tra cristiani e musulmani. “C’è uno stile cristiano nello stare dentro a un conflitto ed è innanzitutto la non-violenza – ha detto ancora Pizzaballa – che non significa solo non prendere in mano le armi, ma anche non permettere che la violenza diventi criterio di lettura di quello che sta accadendo e nelle tue relazioni, quindi mantenere sempre la porta aperta e non permettere che la paura diventi determinante. E poi lavorare con tutti, non pensare secondo le barriere, quindi accogli tutti nei tuoi ospedali, nelle tue scuole, e se fai la mensa porti da mangiare a tutti, senza distinzioni. Se cade la bomba offri alloggio a tutti. Mantenere lo stile cristiano di fiducia, soprattutto la fiducia. I cristiani sono solo l’1% in Israele ma Israele sarebbe diverso senza il centinaio di scuole cristiane che ospitano studenti di tutte le religioni ed etnie”. Così, “nonostante le difficoltà e tutto questo enorme carico di dolore, di sofferenza e di violenza, non potranno non suscitare nuove domande anche in chi è fanatico”.

Da qui nasce un messaggio di grande speranza non utopica, inimmaginabile per noi, attenti a definire, in quali circostanze si possa o non si possa vivere in modo umano e cristiano. Perché “è un periodo di grandi cambiamenti ma non è la fine di tutto. Forse noi non accettiamo l’idea che il mondo al quale siamo cresciuti stia finendo ma noi non finiamo con lui”.

Non sappiamo quando, ma il mondo ricomincerà da questo rinnovamento, da questo sguardo nuovo e antico.

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