“L’antidoto” al terrorismo

A un anno dalla proclamazione del Califfato, l’Isis colpisce ancora con il terrorismo. FERNANDO DE HARO ci spiega qual è la risposta più importante da dare al jihadismo

30.06.2015 - Fernando De Haro
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Seifedinne Rezgui (Immagine dal web)

Un’ondata di attacchi jihadisti a un anno dalla proclamazione del Califfato. Oltre sessanta morti in tre attentati, quasi simultanei, in Francia, Tunisia e Kuwait. La notizia dei massacri, che sembrano coordinati, riempie giornali e telegiornali.

Massacri ne avvengono quasi ogni giorno in Siria e in Iraq, dove l’Isis controlla gran parte del territorio, ma hanno meno attenzione. Ci sono altri posti nel mondo dove i jihadisti colpiscono senza sosta: nordest della Nigeria, Somalia, Pakistan e così via. Il Medio Oriente è l’epicentro della guerra civile cominciata all’interno dell’Islam. La sua violenza arriva ovunque provocando una sorta di terza guerra mondiale.

La proclamazione del Califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi, a fine giugno 2014, è stata un atto di forte contenuto simbolico, dato che cento anni prima era stato abolito l’ultimo califfato, da parte di Ataturk, il 3 marzo 1914. L’Isis vuole riempire questo vuoto lasciato nel cuore di molti fedeli: un secolo non è nulla nella storia di una religione e di una teologia politica che ha già 1.300 anni.

Al-Baghdadi vuole essere il legittimo successore dell’ultimo Califfo Abd-ul-Mejid II: è un chiaro esempio di come si comporta l’Isis, che si appropria del linguaggio dell’Islam per dar vita a un progetto, creato per combattere gli sciiti, in cui è facile riconoscere i tratti nichilisti del terrorismo occidentale. L’Islam è una realtà politica e religiosa multiforme. Il sunnismo più radicale (il wahabismo) ha voluto creare un’alternativa all’asse sciita che si estende da Teheran fino al sud del Libano, zona controllata da Hezbollah, passando attraverso la Siria di Assad e il nuovo Iraq. Questo ha fatto ingrossare il ramo babilonese di Al Qaeda (Al Qaeda dei due fiumi). I dollari sono arrivati, e probabilmente arrivano ancora, da donatori privati di Qatar e Arabia Saudita. Il mostro è poi diventato indipendente: ottiene grandi introiti sul mercato nero vendendo petrolio.

Un anno dopo la proclamazione del Califfato è evidente che la risposta non è stata sufficiente, né adeguata. Circa sei milioni di profughi, cristiani ma anche musulmani moderati, cercano di arrivare in Libano, Turchia, Giordania e Kurdistan. I bombardamenti della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, senza coordinamento con i soldati di terra degli eserciti siriano e iracheno, ottengono scarsi risultati: ad Aleppo si è perso terreno, Baghdad è sotto assedio. Non ci sarà alcun progresso senza un impegno con forze di terra. L’esercito iracheno è disastroso come sempre, quello siriano perde forza e gli unici che lottano seriamente sono i miliziani sciiti, con il risultato che i sunniti moderati non percepiscono come loro questa guerra.

Senza operazioni finanziarie e militari più serie, l’Isis non sarà fermato. Il grande alleato è l’Iran. Conviene chiudere quanto prima l’accordo sulla questione nucleare. E poi c’è la grande sfida culturale ed educativa, che forse è quella decisiva. L’Isis avanza e si mantiene grazie all’ambiguità o complicità di migliaia di moschee. Alcune autorità sunnite continuano a credere che lo Stato Islamico possa essere loro funzionale. La Grande Moschea di Al Azhar, nel dicembre del 2014, si è espressa chiaramente: il comportamento dei jihadisti non è conforme al Corano. Si può fare di più, come ha detto all’inizio di quest’anno il presidente egiziano, Al Sisi. Nell’Islam non esiste una gerarchia, gli ordini non possono arrivare dall’alto al basso. Ma si può chiedere ai suoi leader di pronunciarsi senza lasciar spazio a equivoci, spiegando che il vero credente non può essere ambiguo circa la violenza. In gioco c’è anche il loro futuro: chi vuole strumentalizzare il mostro finisce per venirne divorato.

La Nigeria è uno dei paesi in cui questa guerra dell’Islam ha provocato più danni. Boko Haram, negli ultimi anni, ha causato più di 20.000 morti e un milione di profughi. I cristiani sono nel mirino. Jos è una delle città più colpite. Il suo vescovo, Ignatius Kaigama, alcuni giorni fa ha detto: “Nonostante tutto non ci porteranno via l’allegria”. Non era una dichiarazione volontaristica: in una chiesa lì vicino, un centinaio di fedeli cantava e ballava durante la messa celebrata alle 6:30 del mattino.

L’allegria è un mandato contro la barbarie terrorista. E ha bisogno di ragioni, richiede l’esperienza di una vita dominata da qualcosa o qualcuno che la renda positiva. L’alternativa è un vuoto, come quello che regna in molti ambiti dell’Europa, che fabbrica ed esporta nuovi jihadisti. Ognuno dovrà fare il suo cammino per trovarla, ma certamente questa allegria che porta alcuni a dare la vita è irrinunciabile, almeno come aspirazione. Non c’è altra risposta storicamente più esaustiva di fronte al terrore.

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