Ciao papà

- Giorgio Vittadini

E’ scomparso nei giorni scorsi all’età di 93 anni Guido Vittadini. Una storia, la sua, che ha attraversato il secolo scorso. La racconta in questo editoriale il figlio GIORGIO VITTADINI

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Guido Vittadini

Una storia lunga quasi un secolo, quella di mio papà, scomparso pochi giorni fa a 93 anni. Una storia che ha molto da dire sull’Italia del Novecento. Non bastano certo poche righe, e forse questi momenti immediatamente successivi alla sua scomparsa non sono nemmeno i più adeguati. Ma la sua esistenza, nel bene e nel male, ha incarnato la vita di un’epoca e il sentire di tanti che soprattutto in alcuni passi val la pena raccontare.

Quando nacque nel 1922, a Rognano, piccola frazione in provincia di Pavia a pochi chilometri dalla Certosa, era già iniziata la fine di un mondo, quello della civiltà contadina, passaggio drammatico e radicale della nostra era. 

Suo padre era un coltivatore diretto: tante volte li ho sentiti raccontare della vita di quei tempi, quella vita in cascina che, nonostante gli sviluppi tecnologici, sostanzialmente era rimasta la stessa dall’età delle Bucoliche di Virgilio e de L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi.

Quelle terre del pavese al confine con la provincia di Milano sono state modellate dai monaci a partire dal Medioevo. Da allora si era diffusa nelle cascine una vita basata sulla fede, sulla solidarietà e sul rispetto di ogni persona, dimensioni alla base del progresso sociale che in queste zone si affermò senza di fatto il bisogno di una vera lotta di classe.

Dalle loro parole traspariva la stoffa di quella vita in cascina: la compagnia umana e una coralità quasi lirica nell’obbedienza ai ritmi immutabili della natura e del lavoro, nel rispetto e anche nell’affetto per gli animali, nello stupore commosso davanti alla bellezza del creato, nella preghiera silenziosa, nella gratitudine per le cose della vita.

Mio padre subì profondamente la fine di questa civiltà. Nel 1936, a 14 anni, la famiglia si trasferisce a Milano e la metropoli, negli anni della ricostruzione, gli appare un luogo estraneo. In un suo quaderno appena ritrovato aveva annotato: “L’isolamento, l’atmosfera dinamica, il rumore, come sono contrari alle nostre aspirazioni e al nostro bisogno di raccoglimento. Abbiamo bisogno di vedere, di pensare, di immaginare le cose, di idealizzarle un po’! Ma chi ci sta ad ascoltare? Tutti devono correre! Senza un attimo di sosta, di contemplazione! Dove si può trovare un ritmo naturale, dolce, spontaneo?”.

Nel suo animo cresce una nostalgia struggente per quel mondo dove era cresciuto, la stessa nostalgia che si trova nei libri di Malavoglia, di Pasolini, di Guareschi. Questa nostalgia lo segna: per tutta la vita, fino ai suoi ultimi giorni, ricerca quella bellezza intravista da ragazzino. Forse per questo, per il desiderio di un bene da condividere, si dedica agli studi di medicina e nel 1946 diventa medico specializzandosi in pediatria. E’ il secondo momento che segnerà la sua esistenza.

Nel primo dopoguerra, mandato come medico condotto in un poverissimo paese della bergamasca impara tutto sul campo. La notte dopo il suo arrivo lo chiamano per un parto difficile in una casa al lume di una lampada improbabile che la puerpera a un certo punto fa anche cadere lasciando tutti al buio. E il paese intero fuori dalla porta per accertarsi che il “duturin” sia bravo (quello precedente era stato cacciato proprio dopo un parto in cui l’assistita era morta). Andrà tutto bene e continuerà a farsi apprezzare sia professionalmente che umanamente per i due anni in cui rimarrà in quel paese, come dimostra il fatto che ancora dopo cinquant’anni i suoi abitanti lo cercano a Pasqua e a Natale per salutarlo. Tornato a Milano inizia a fare il medico della mutua e nello stesso tempo fa il volontario al Buzzi, ospedale dei bambini, tempio della pediatria. Oggi ci si dimentica che il precariato è sempre esistito: ci vorranno dieci anni di lavoro non retribuito prima che finalmente venga assunto. Ancora adesso, nel quartiere di Baggio-Forze Armate dove abbiamo vissuto c’è gente per la strada che mi dice: “Suo padre ha salvato mio figlio”, oppure “non so cosa sarebbe stato di mio nipote se non ci fosse stato suo padre”.

Anche il suo modo di intendere la professione medica segna un passaggio d’epoca che dovrebbe far riflettere oggi. Diceva sempre: “l’anamnesi è fondamentale per curare un paziente, soprattutto se è un bambino, che è una persona, non una serie di organi slegati, e bisogna conoscerlo, incontrarlo, parlarci assieme per capire”. Là dove altri medici non riuscivano a formulare una diagnosi, lui parlando col bimbo, facendosi volere bene da lui, riusciva a farsi raccontare particolari importanti per identificare il suo male. Oltre a una grande intuizione era mosso dal desiderio di imparare sempre, di informarsi, di capire che non si sopì neanche quando andrà in pensione. Fino a poco tempo fa infatti ha continuato a recarsi all’ospedale San Carlo come volontario, mettendosi in fila ogni mattina dietro ai primari e agli specializzandi per fare il giro in corsia, leggendo le cartelle cliniche per capire e consigliare. “Essere un medico vuol dire non fermarsi mai” diceva spesso. A chi gli chiedeva perché continuava ad andare in ospedale lui rispondeva: “come faccio ad imparare sennò?”.

Considerato il miglior pediatra della provincia di Milano, non diventerà mai primario. Oggi si parla tanto di corruzione, ma ai suoi tempi per fare carriera ci voleva la tessera del partito o l’amicizia con famiglie di baroni. Lui comunque non si è mai lamentato di non essere diventato primario, tanto amava le famiglie che curava e il suo lavoro. Non faceva mai pagare chi non poteva permetterselo e capitava che tornasse a casa raccontando di un ragazzino con la leucemia e il dramma di quel suo piccolo paziente aleggiava in casa per giorni e mesi.

All’ospedale dei bambini aveva conosciuto mia madre, volontaria crocerossina. Rimarranno insieme per cinquant’anni e quattro giorni, in un profondo rapporto d’amore sostenuto dalla fede e fatto di condivisione, nella buona e nella cattiva sorte, di quotidianità, di desiderio che i figli abbiano tutto, ma anche di sacrifici e parsimonia.

La vita però è imprevedibile. Il destino riserva a un uomo che ha passato la vita a curare bambini anche il dolore di non avere nipoti, quella discendenza che ogni famiglia tende ad identificare con il compimento della promessa della vita.

Può la fede far accettare che la propria famiglia continui in un legame che non è quello di sangue, ma attraverso la fecondità data dalla vocazione alla verginità di persone a lui care? E come vincere la tentazione di pensare che tutto finisca nel niente “dopo tanti sacrifici”? Molti cercano il compimento della propria esistenza nella prosecuzione della propria famiglia: in lui per questo accresce quella malinconia profonda, presagio di un Infinito ricercato, che diventa percezione acuta di un apparente incompiuto. Dopo tanto tempo, adesso finalmente può vedere che la sua fecondità è stata infinitamente grande.

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