Il grido tra le ideologie

- Fernando De Haro

In Spagna, spiega FERNANDO DE HARO, Podemos sembra subire una battuta d’arresto, nonostante sia nato dal movimento degli Indignados, capace di mobilitare molte persone

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Il desiderio di cambiamento canalizzato, ridotto. Sono lontani i momenti burrascosi, ora il torrente scorre tra gli argini di una vecchia ideologia. Stiamo parlando di Podemos e del movimento 15-M (gli Indignados). Forse era già scritto che finisse così. Il progetto di Pablo Iglesias si è quasi compiuto, ma il bisogno di qualcosa di nuovo è rimasto insoddisfatto. Ci sono due grandi incognite nel dibattito politico spagnolo in vista delle elezioni, che producono una certa inquietudine. 

Agosto sarà il mese della pre-campagna elettorale in Catalogna. Il 27 settembre si terranno le votazioni che, a detta degli autonomisti, saranno un “plebiscito”. Tuttavia, se i sondaggi non sbagliano, le liste che dichiarano apertamente di voler l’indipendenza non avranno una maggioranza sufficiente per proclamare la secessione.

La lista del Presidente Artur Mas, a cui si è aggiunta l’Erc (Sinistra repubblica di Catalogna) e la società civile catalana (che non è mai stata civile dato che è nata e cresciuta con il denaro pubblico), oltre alla radicalissima Cup (Candidatura d’Unitat Popular), sono infatti lontani dalla maggioranza assoluta. Podemos sarà l’ago della bilancia e per il momento sembra orientato a tutelare “l’integrità dello Stato spagnolo”. Tuttavia, la questione resterà aperta fino all’ultimo, perché non è da escludere che il partito di Iglesias appoggi la secessione per creare instabilità.

Il futuro della Catalogna potrebbe essere in mano a Podemos, come pure il Governo della nazione. La Spagna si avvicina alle vacanze con il bipartitismo in recupero: Pp e Psoe si suddividono alla pari il 50% dei voti. Fino all’ultimo non si saprà però chi salirà alla Moncloa. Il centrodestra non riuscirà a governare se i socialisti e Podemos, cui sommare le altre forze di sinistra e nazionaliste, avranno anche solo un deputato in più. Per la prima volta nella storia democratica spagnola, il partito più votato potrebbe non andare al Governo.

Sarà Podemos a decidere, anche se sta perdendo consenso. Gli ultimi sondaggi di Metroscopia dicono che negli ultimi mesi è passato dal 28% al 18%. Le primarie per le elezioni dei suoi candidati sono state un disastro. La forza del partito stava nel mobilitare molta gente attraverso i social network e le assemblee cittadine. Ma ora che è arrivato il momento dell’istituzionalizzazione solo il 16% dei suoi 380.000 iscritti ha votato alle primarie. 

Podemos è figlio di quella mobilitazione che si era concentrata nel movimento 15-M, quando si era resa evidente una sorta di rottura tra la generazione della Transizione e quella attuale. “Non ci rappresentano”, dicevano i manifestanti a Puerta del Sol contro i partiti che erano diventati macchine burocratiche autoreferenziali. La corruzione aveva causato un astio e un allontanamento dai partiti fino ad allora sconosciuti.

L’ambiguità del 15-M non permette di rifiutare totalmente ciò che ha significato quel movimento. In molti presidi nella piazza c’era una pulsione utopica, il vecchio sogno di una politica capace di salvare. Ma c’era anche il desiderio di un cambiamento, più che necessario. Non si può pretendere da un movimento sociale che tenga separata, dall’inizio e con chiarezza, la teologia politica. Di fatto questa distinzione è possibile solamente dopo molto tempo e con l’aiuto della grazia, ed è impossibile evitare errori. Ora i desideri di una politica nuova restano insoddisfatti. Il dibattito sulla riforma elettorale è stato cominciato solo per fare propaganda e la ripresa economica sembra giustificare gli argomenti a favore di una tecnocrazia di pura gestione dello Stato. I problemi di allora sono quindi immutati, nonostante Podemos conti molto.

Il 15-M è forse stata una cosa negativa, ma non per questo si può censurare il suo grido, messo in sordina, persino strumentalizzato, che chiedeva una vita comune più vera. Lì dove la verità compare, anche solo come intuizione, bisogna seguirne le tracce. Non è intelligente rispondere all’esperienza con una teologia politica, né a una teologia politica con altra teologia politica. Nemmeno il’68 è stato la panacea, ma c’è stato anche chi ha saputo costruire, per soddisfare le proprie inquietudini, una delle risposte più belle della storia. Dall’esperienza all’esperienza.

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