L’islam e la sottomissione

“Sottomissione” è il titolo dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq uscito in concomitanza con i tragici avvenimenti in Francia di Charlie Hebdo. L’editoriale di PIGI COLOGNESI

06.07.2015 - Pierluigi Colognesi
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L’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione, ha avuto un’enorme risonanza per la fortuita coincidenza della sua uscita coi tragici avvenimenti di Charlie Hebdo. Narra infatti di una Francia futura, ma non tanto, in cui diventa Presidente della Repubblica il leader del Partito Musulmano. Egli si mostra come «moderato», ma ha come scopo quello di islamizzare un’Europa stanca, ricostruendo, novello Augusto, un impero mediterraneo sotto l’egida non più del labaro romano (tantomeno della croce), ma della mezzaluna.

L’arma utilizzata per realizzare il progetto è la costituzione di forti strutture educative, soprattutto l’università, rigorosamente islamiche. Proprio in università, come professore di letteratura francese (super esperto di un autore di fine ottocento, il “decadente” Huysmans, poi convertitosi al cristianesimo), lavora il protagonista. Ha 44 anni e possiamo senz’altro prenderlo come emblema del continente europeo che – come gli dice il suo rettore, un francese convertito all’Islam – «ha già commesso il proprio suicidio».

Si tratta di capire bene perché sia avvenuto tale suicidio. Andando un poco al di là delle interpretazioni che si sono date a caldo, forse trascinati dai fatti di cronaca, mi pare di poter dire che la crisi del protagonista è quella di un io che si è concepito per così tanto tempo come individuo isolato da non essere più in grado di costruire alcun rapporto autentico, pur desiderandolo. Dice di sé: «La mera volontà di vivere non mi bastava più a resistere all’insieme dei dolori e delle seccature che affliggono la vita di un occidentale medio, ero incapace di vivere per me stesso, e per chi altro avrei dovuto vivere?». «Per chi altro» il professore lo sa benissimo: «Mi ci sarebbe voluta una donna». Frase banale, ma dietro la quale sta la millenaria (da Platone ai Padri della Chiesa, da Dante a Leopardi) tradizione occidentale per cui l’eros rappresenta l’apertura di un’avventura di rapporto con l’altro che sfocia nella scoperta di una Alterità irriducibile, l’unica pacificante. Il professore non accetta più questa dinamica. È vero che per un certo periodo si sente affascinato dalla tradizione cristiana.

Va in una sorta di pellegrinaggio al santuario di Rocamadour, dove si venera un’antichissima statua della Madonna; ne è affascinato, intuisce addirittura che il «cuore vivente della devozione» del medioevo, culmine della civiltà cristiana, era proprio la Madonna, cioè la donna per eccellenza, colei che accompagna nel cammino di fuoruscita affettiva da sé, la «fontana verace» di speranza quindi. 

Poi va persino in “ritiro spirituale” nella stessa abbazia in cui era stato l’autore da lui studiato, ma se ne allontana subito per la banale ragione che nella cella che gli è stata assegnata non si può fumare; ai suoi occhi il rapporto con l’altro/Altro non merita neppure questo picco lo sacrificio. Eppure di quel rapporto il professore – superata ormai l’età delle facili avventure con le studentesse – ha urgente bisogno. Alla fine accetta di convertirsi all’Islam: oltre che una luminosa carriera nell’università riformata dal nuovo Presidente, potrà avere anche la facoltà di scegliersi un paio o tre giovani mogli. Ma il rapporto che vorrà da loro non sarà l’avventura esaltante dell’eros, bensì la più desolante – nonostante le soddisfazioni genitali – sottomissione.

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