Migranti, vite sospese?

- Salvatore Abbruzzese

L’immigrazione ha assunto le dimensioni del vero e proprio esodo per il quale diventa improrogabile organizzarsi, ed è proprio su questo che occorre ragionare. SALVATORE ABBRUZZESE

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Sul fronte dell’esodo dalla guerra, dopo le accoglienze (che si spera continuino) sono emerse le difese, le difficoltà, a volte le vere e proprie paure, come dimostrano le barriere di filo spinato ed i calci dati ai disperati. Non c’è dubbio che, come molti osservatori avevano previsto, l’immigrazione ha assunto le dimensioni del vero e proprio esodo per il quale diventa improrogabile organizzarsi, ed è proprio su questo che occorre ragionare.

Per quanto riguarda l’Italia, una delle prime nazioni ad aver registrato il fenomeno, appare evidente da più indicatori come la gestione dell’emergenza profughi fin qui realizzata abbia sortito effetti estremamente critici ed in qualche caso problematici. 

Quote non irrilevanti di profughi sono stati provvisoriamente sistemati in centri di identificazione e in strutture alberghiere. Reti di cooperative sociali si sono attrezzate per riuscire a fare ciò che gli uffici comunali si rivelano impossibilitati a realizzare, fornendo alloggio e pasti caldi. Questo quadro, in sé realistico e accettabile, si è tuttavia scontrato con i tempi lunghi, in molti casi lunghissimi, di identificazione dei profughi. Si sono così generati – e diventeranno sempre più visibili – dei gruppi di profughi caratterizzati da una dimensione precaria, gravati dall’indeterminatezza e circondati da una situazione di costante attesa. Una tale situazione di “vite sospese” rischia di trovarsi completamente esposta a forme di degrado e di precarietà umana e morale. A breve termine la situazione diverrà insostenibile. 

È indispensabile ripensare l’accoglienza ed è perfettamente comprensibile la linea perseguita da tutte le forze politiche, di concertare con l’Europa quote e costi. Ma non può bastare.

Non è affatto pensabile mantenere a tempo indeterminato gruppi di adulti in strutture protette. Esiste la necessità di un collocamento sul mercato del lavoro, ma esiste anche quella di realizzare una formazione-base (ad iniziare dall’apprendimento della lingua) ed un problema di relazioni con l’esterno. Qualsiasi accoglienza che non preveda la realizzazione di strumenti di comunicazione e di inserimento lavorativo pecca di ingenuità. 

L’invito all’accoglienza fatto da Papa Francesco è stato apertamente sottovalutato nelle indicazioni che implicitamente fornisce. La cornice mediatica, come spesso accade, ha archiviato le indicazioni del pontefice come un semplice invito all’accoglienza. In realtà, Papa Francesco ha formulato delle indicazioni pratiche che concernono tanto l’individuazione dei numeri, quanto quella dei luoghi. 

I numeri sono estremamente piccoli (una famiglia per ogni parrocchia) ed i luoghi sono tutt’altro che generici: una parrocchia vuol dire una comunità parrocchiale, delle associazioni, una rete di collegamenti. Anziché rinviare i profughi in un dormitorio il Papa li spinge ad inserirsi in un contesto. Dall’albergo che ospita si deve passare ad una comunità che accoglie. 

Papa Francesco fa leva sulla capacità delle singole comunità parrocchiali di integrare la famiglia in un percorso di inserimento che da relazionale, diventa anche civile e lavorativo. 

Occorre certamente un piano per integrare questi profughi in un contesto di lavoro, predisponendo nuove regole e flessibilizzando ancora di più le procedure attualmente in vigore. Per un nuovo contesto occorrono nuovi strumenti: non c’è altra strada. 

Ma sempre sul piano del realismo non va dimenticato come i profughi, prima ancora del diritto all’accoglienza, hanno quello del ritorno alla loro terra ed alla loro casa. Spegnere l’incendio del Medio oriente non è solo un’invocazione alla pace, ma anche un principio inderogabile di giustizia. 

In questa prospettiva anche l’accoglienza, se collegata a percorsi di formazione, potrebbe costituire un’occasione preziosa per costruire quelle competenze che consentirebbero, per chi vuole, di tornare – una volta stabilizzata l’area – a quella casa dalla quale non avrebbe mai dovuto essere cacciato, vivendoci in modo diverso, con competenze maggiori e legami non superficiali con un Europa nella quale, in questi mesi, si è formato. 

Formazione in Europa e pacificazione delle zone di conflitto sono così le due facce della stessa medaglia, ma anche un modo per operare, fin d’ora, per una prospettiva di vita non più circoscritta alla semplice attesa e ad un futuro indefinito. 

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