Vogliamo essere (non sopravvivere)

- Pierluigi Colognesi

Tra le tante immagini e video dei profughi che in queste settimane la Rete ci offre, quella di un siriano che dice soltanto “vogliamo essere”. La riflessione di PIGI COLOGNESI

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Bimbi profughi siriani (Infophoto)

Gira in rete un video – realizzato dal quotidiano inglese The Guardian – sull’epopea dei rifugiati siriani che, superati confini prima chiusi, si incamminano con poche masserizie e l’indispensabile telefono cellulare verso l’agognata meta: Monaco di Baviera. Il giornalista ogni tanto chiede qualche particolare della loro condizione personale e familiare, di cosa si aspettano e temono. Ad un certo punto risponde un signore un po’ più anziano della media, maglietta ocra, cappellino verde, occhiali da sole e baffetti sottili; alla fine guardando ben dritto in telecamera sintetizza la sua situazione così: «To be, or not to be. That is the question». La citazione del celebre monologo di Amleto non ha qui il suono di una discussione astrattamente filosofica, tantomeno il sapore un po’ malato di una psicologia infragilita. Si tratta della descrizione di un drammatico dato di fatto; l’uomo col cappello verde sta dicendo come stanno esattamente le cose: per lui e per quelli che con lui camminano – il ragazzo storpio, il bambino stanco, la giovane mamma apprensiva e il padre pensieroso e attento a tutto – si è trattato di decidere, fin da quando hanno lasciato la loro terra, tra essere e non essere. E infatti conclude: «We will be». Vogliamo essere. E forse perché l’intervistatore è rimasto un po’ basito dal trovarsi davanti un Amleto nient’affatto amletico, il signore col cappello verde aggiunge: «Right? È giusto, no?».

Vogliono essere ed essere è decisamente più che sopravvivere. Ecco dove la pur necessaria e persino commovente accoglienza immediata (il breve video ne dà alcune esempi toccanti) mostra la sua provvisorietà. Si apre infatti per la nostra Europa (che ha saputo raggiungere quel vertice di intuizione dell’umano che è l’Amleto di Shakespeare) la necessità, che è una opportunità, di approfondire il proprio «essere», in relazione altri che non ci aspettavamo e che ci dicono: «Vogliamo essere». Evidentemente non potremo cavarcela né offrendo beni materiali per la sopravvivenza, né vantandoci della superiorità delle nostre leggi e istituzioni (che giustamente chiediamo di rispettare) o dell’importanza della nostra cultura e tradizione religiosa. È questione di “come” tutto questo è fatto; dove “come” significa con che faccia, con che certezza non aggressiva, con che sicurezza non chiusa, con che speranza non utopica.

Nella parte non pubblicata de Il Mistero della carità di Giovanna d’Arco (siamo nel 1910), Charles Péguy scriveva:

«E questi infedeli […] forse non sono condannati ad essere perpetuamente infedeli.

Ma come volete che si facciano fedeli, quando vedono che cosa è l’insieme dei fedeli.

Quando ci vedono.

Come hanno ragione di disprezzarci.

Quando ci vedono vili e tremanti davanti a loro.

Hanno ben ragione. Questo non è incoraggiante.

A farsi cristiani.

È per colpa nostra che sono infedeli.

Essi non ci conoscono, non conoscono di noi che delle facce volte al suolo e delle ginocchia piegate; e delle schiene incurvate e delle nuche incurvate, e delle nuche tremanti.

Cambierebbero parere se ci vedessero in faccia».

Se ci vedessero appassionati per l’essere.

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